11 giugno 2003 Sentenza n. 9350 della Corte Suprema di Cassazione, Sezione I

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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. Antonio       SAGGIO                – Presidente –
Dott. Walter        CELENTANO       – Consigliere –
Dott. Renato      RORDORF           – Rel. Consigliere –
Dott. Luigi          MACIOCE              – Consigliere –
Dott. Bruno       SPAGNA MUSSO  – Consigliere –

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

RTI RETI TELEVISIVE ITALIANE  SPA,  in  persona   del  Presidente  pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA ENNIO QUIRINO VISCONTI 20, presso l’avvocato ANTONIO PACIFICO, che la rappresenta e   difende unitamente all’avvocato ALDO  BONOMO,  giusta  mandato   in  calce  al ricorso;

– ricorrente –

contro

AUTORITÀ PER LE GARANZIE NELLE COMUNICAZIONI, SUBENTRATA AL   GARANTE PER LA RADIODIFFUSIONE E L’EDITORIA, in persona  del  Presidente   pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA  VIA  DEI  PORTOGHESI   12, presso l’AVVOCATURA  GENERALE  DELLO  STATO,  che  la   rappresenta  e difende ope legis;

– controricorrente –

( OMISSIS )

 

1. Nel primo motivo di ricorso è nuovamente prospettato il sospetto d’illegittimità dell’art, 1, comma 5, della legge 10 dicembre 1993, n. 515, con riferimento agli artt. 3 e 21 e della costituzione. A parere della ricorrente, infatti, il divieto per gli esponenti politici e di governo di apparire in televisione nei trenta giorni precedenti le elezioni, salvo che per partecipare a trasmissioni di carattere informativo, costituirebbe una ingiustificata limitazione della libertà di pensiero, garantita dall’art. 21 della costituzione. Una tale limitazione sarebbe ammissibile, se riferita al contenuto politico e propagandistico degli interventi televisivi in questione, ma non anche con riguardo al mero fatto di apparire in televisione, non potendosi ritenere che la sola apparizione sia idonea ad influenzare le scelte dell’elettorato. La norma finirebbe, inoltre, per produrre un ingiustificato ostracismo nei riguardi degli uomini politici, impediti nell’esercizio di una facoltà che a chiunque altro è invece concessa, e si porrebbe perciò in contrasto con il principio costituzionale di eguaglianza.
Il secondo mezzo di gravame è volto invece a denunciare la violazione degli artt. 15, comma 19, della legge n. 515 del 1993 e 14 della legge n. 689 del 1981, nonché un vizio di omessa motivazione della decisione impugnata su un punto decisivo della vertenza. La ricorrente lamenta, in particolare, che il giudice di merito, dopo aver affermato il principio secondo cui il dies a quo per il decorso del termine di novanta giorni entro cui deve essere notificata la contestazione dell’infrazione al responsabile decorre dal momento in cui l’amministrazione ha completato le necessarie operazioni di accertamento, non abbia poi in alcun modo chiarito perché, nel presente caso, non fosse invece possibile procedere a contestazione immediata o, altrimenti, quale fosse il lasso di tempo in concreto occorrente per il successivo accertamento.
Con il terzo motivo di ricorso si denuncia la violazione dell’art. 1, comma 5, della citata legge n. 515, censurando l’errore in cui il tribunale sarebbe incorso nell’equiparare, ai fini dell’applicazione di tale norma, le elezioni generali della Camera e del Senato a quelle suppletive, indette in un solo collegio durante il corso della legislatura.
Il quarto motivo contiene una nuova denuncia di violazione della disposizione di legge dianzi richiamata, oltre che di un vizio di omessa motivazione dell’impugnata sentenza, giacché la ricorrente si duole che il tribunale abbia ritenuto le trasmissioni “Maurizio Costanzo show” e “Buona Domenica” non informative solo perché non formalmente riconducibili ad una specifica testata giornalistica registrata, senza espressamente motivare sulla relativa eccezione sollevata sul punto in sede di merito.
Il quinto motivo ripropone analoga denuncia, ma con riferimento ad una trasmissione – “Ciak” – che è compresa tra quelle registrate come informative; trasmissione con riguardo alla quale, tuttavia, il giudice di merito avrebbe ingiustificatamente trascurato di prendere in esame le obiezioni con cui l’opponente aveva sottolineato l’assenza di ogni reale contenuto politico nell’intervento ivi svolto da un noto esponente di partito.
2. Il terzo motivo di ricorso appare fondato, e ciò rende superfluo l’esame delle questioni sollevate nei rimanenti mezzi di gravame.
La disposizione dell’art. 1, 5 comma, l. 10 dicembre 1993 n. 515, vigente all’epoca dei fatti contestati dal Garante per la radiodiffusione e l’editoria alla società odierna ricorrente, è stata dettata per disciplinare l’accesso ai mezzi d’informazione durante la campagna elettorale successiva all’indizione delle elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (la norma fu poi estesa, dall’art. 20, 2 comma, della stessa legge anche alle elezioni amministrative). Secondo la citata disposizione, a decorrere dal trentesimo giorno precedente la data delle votazioni, nelle trasmissioni informative riconducibili alla responsabilità di una specifica testata giornalistica registrata, la presenza di candidati, esponenti di partiti e movimenti politici, membri di governo, delle giunte e dei consigli regionali e degli enti locali deve essere limitata alla esigenza di assicurare la completezza ed imparzialità dell’informazione. E invece del tutto è vietata in ogni altra trasmissione.
La questione su cui la corte è ora chiamata a decidere è se detta norma, nella formulazione dell’epoca, valesse o meno a limitare la presenza di esponenti politici in trasmissioni televisive anche in prossimità di elezioni (non già generali, bensì) suppletive, indette durante il corso della legislatura al fine di sopperire al sopravvenuto venir meno di uno o più deputati o senatori già eletti.
In argomento questa corte ha già peraltro avuto occasione di pronunciarsi, con la sentenza n. 15205 del 2001. Ed ha osservato che l’amplissima platea dei destinatari del divieto di presenza in video, in trasmissioni non riconducibili alla responsabilità di testate giornalistiche, nei trenta giorni precedenti la data delle votazioni (divieto riferito non ai soli candidati ma, indiscriminatamente, anche ad esponenti dei partiti e movimenti politici, membri di Governo, delle giunte e consigli regionali e degli enti locali) induce a ritenere che la ratio del citato art. 1, c. 5, della l. 515 del 1993 – in consonanza con il canone di ragionevolezza che deve orientare l’interprete nella ricerca della interpretazione costituzionalmente compatibile – sia quella di garanzia della corretta formazione dell’opinione pubblica in campagne elettorali svolgentesi con carattere di generalità. Un così diffuso ed indiscriminato divieto, infatti, si giustifica con il coinvolgimento e la partecipazione, in tali campagne, dell’intero corpo elettorale nazionale e di tutti i livelli delle forze politiche in competizione.
L’opposta lettura, che vorrebbe quel divieto operante, nella sua ampia latitudine, in ogni occasione di elezione anche di un singolo membro del Parlamento (ovvero anche in occasione del rinnovo degli organi elettivi di un singolo comune, stante il richiamo del divieto sub art. 1 operato dal successivo art. 20 della stessa legge, in relazione alle elezioni amministrative) renderebbe la misura di garanzia palesemente squilibrata, in eccesso, rispetto sia alla finalità da essa perseguita, che alla entità del sacrificio imposto a valori di libertà antagonisti (come quello di manifestazione del pensiero e di esercizio della attività di impresa), di pari rango costituzionale, che ne resterebbero, per l’effetto, ingiustificatamente vulnerati (anche in ragione della prevedibile moltiplicazione dei periodi di vigenza del divieto, ove riconnessi ad ogni vicenda di elezioni anche parziale, politica od amministrativa).
Ragion per cui, a fronte di due letture, ove pur in tesi entrambe possibili, della disposizione in esame, il canone ermeneutico della interpretazione adeguatrice impone di prescegliere quella compatibile con i parametri costituzionali (degli artt. 3 cpv., 21, 41), senza necessità di attivare, in relazione ai parametri medesimi, il sindicato della Corte costituzionale sulla interpretazione alternativa, poiché il presupposto di quel sindicato sta nella impossibilità di una lettura costituzionalmente orientata e non già nella possibilità di una lettura di dubbia costituzionalità di una data disposizione di legge.
Nella medesima, citata sentenza, si è poi aggiunto che l’esclusiva e limitata riferibilità del divieto posto dalla disposizione in esame a consultazioni generali del corpo elettorale trova ulteriore indiretta conferma nel fatto che il legislatore si sia in prosieguo preoccupato di disciplinare (sul presupposto, evidentemente, della mancanza di una siffatta disciplina) proprio l’ipotesi di elezioni politiche “suppletive”; ed abbia, all’uopo, stabilito – (solo) con l’art. 1 della legge 3 luglio 1999 n. 225, introduttivo di un comma 5 – bis nel corpus dell’art. 1 della l. 515 del 1993 – che il divieto in questione si estenda anche a tali elezioni suppletive, ma “limitatamente alla Regione o alle Regioni interessate”.
Da siffatto precedente orientamento, che si attaglia a pieno al caso di specie, la corte non ha ragione per discostarsi.
3. Ne consegue che, in accoglimento della censura esaminata, nella quale restano assorbite le altre doglianze formulate in ricorso, la sentenza impugnata deve esser cassata.
La causa può decidersi nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., in applicazione del principio di diritto come sopra enunciato, che comporta l’accoglimento dell’opposizione ed il conseguente annullamento della sanzione opposta.

( OMISSIS )