14 novembre 2000 Sentenza n. 1877 del TAR Sicilia, sezione II

image_pdfimage_print

14 novembre 2000

Sentenza n. 1877 del TAR Sicilia, Sezione II

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Sicilia, Sezione seconda, ha pronunziato la seguente

 

sentenza

sul ricorso n. 2244/99 proposto dalla OMNITEL PRONTO ITALIA S.p.A., in persona del suo legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli avv.ti Antonino Macaluso e Daniela Macaluso, presso il cui studio in Palermo, via G. Ventura n. 1, è elettivamente domiciliato,

contro

– il Comune di Partinico, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avv. Anna Maria Milazzo, presso il cui studio in Palermo, via Telesino n. 26, è elettivamente domiciliato,

per l’annullamento

1) dell’ordinanza del Dirigente del Settore urbanistica ed uso del territorio del predetto Comune n.109 del 12 maggio 1999, con cui si dispone, in via cautelativa e fino all’accertamento della non pericolosità dell’impianto, la sospensione dell’autorizzazione n.55/99 dell’1 aprile 1999 concernente l’installazione dell’antenna di trasmissione per le opere relative alla realizzazione di una stazione radio base della rete cellulare GSM su un edificio sito nel Comune di Partinico, via Monteverdi, n.27, e, contemporaneamente, si ordina alla ditta OMNITEL di “sospendere immediatamente tutti i lavori in corso di esecuzione, con riserva di emanare, entro 60 giorni dalla presente i provvedimenti che risultino necessari per la modifica o per la rimessa in pristino”;

2) dell’ordinanza sindacale n. 132 del 31 maggio 1999, con la quale si dispone la sospensione a tempo indeterminato di ogni attività di collocazione antenne e di realizzazione della suddetta stazione radio e di produzione di C.E.M. dalle antenne già installate nell’edificio di via Avellino n. 1.

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore il consigliere Nicolò Monteleone;

Uditi alla pubblica udienza del 4 luglio 2000 gli avv.ti Antonino Macaluso e Daniela Macaluso per la società ricorrente e l’avv. Anna Maria Milazzo per l’Amministrazione resistente;

Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:

FATTO

Con ricorso notificato il 9 luglio 1999 e depositato il 20 dello stesso mese, la Omnitel Pronto Italia s.p.a. ha impugnato gli atti in epigrafe indicati, e cioè:

a) l’ordinanza del Dirigente del Settore Urbanistica ed uso del Territorio del Comune di Partinico n.109 del 12 maggio 1999, con cui si dispone, in via cautelativa e fino all’accertamento della non pericolosità dell’impianto, la sospensione dell’autorizzazione n.55/99 dell’1 aprile 1999 concernente l’installazione dell’antenna di trasmissione per le opere relative alla realizzazione di una stazione radio base della rete cellulare GSM su un edificio sito in via Monteverdi, n.27, e, contemporaneamente, si ordina alla ditta OMNITEL di sospendere immediatamente tutti i lavori in corso di esecuzione, con riserva di emanare, entro 60 giorni i provvedimenti per la modifica o per la rimessa in pristino;

b) l’ordinanza sindacale n. 132 del 31 maggio 1999, con la quale si dispone la sospensione a tempo indeterminato di ogni attività di collocazione antenne e di realizzazione della suddetta stazione radio e di produzione di C.E.M. dalle antenne già installate nell’edificio di via Avellino n. 1.

La società ricorrente ha chiesto l’annullamento degli atti impugnati, previa sospensiva e col favore delle spese, deducendo i seguenti motivi di gravame:

1) Violazione e mancata applicazione degli artt. 3, 7 e 8 della legge 7 agosto 1990, n. 241 e degli artt. 3, 8 e 9 della legge reg.le 30 aprile 1991, 10.

I provvedimenti impugnati, in quanto modificativi dei precedenti atti autorizzativi, avrebbero dovuto essere preceduti dalla comunicazione di avvio del relativo procedimento.

2) Violazione ed errata applicazione dell’art. 2, 3° comma, della legge reg.le 10 agosto 1985, n. 37 e dell’art. 69 dell’O.R.E.L.

Il citato art. 2 non si attaglia al caso in esame, in quanto trova applicazione in tema di violazione di strumenti urbanistici, mentre gli atti impugnati attengono alla realizzazione di una stazione radio i cui lavori sono stati eseguiti in perfetta conformità alla rilasciata autorizzazione. Inoltre, nella fattispecie, non ricorrono fatti contingibili ed urgenti che possano giustificare l’applicazione dell’art. 69 dell’O.R.E.L..

3) Eccesso di potere per mancanza dei presupposti, contraddittorietà ed illogicità manifesta.

Non si è considerato che l’autorizzazione n.55/99 dell’1 aprile 1999 era stata rilasciata anche a seguito del favorevole parere sanitario espresso dall’A.U.S.L. n. 6 e che eventuali difformità rispetto alle prescrizioni del D.M. 10 settembre 1998, n. 381 possono essere rilevate soltanto ad impianto avviato e previo controllo della medesima A.U.S.L. o Enti similari a ciò preposti.

Né il Sindaco poteva fare riferimento al regolamento che l’Amministrazione comunale starebbe approntando, non rientrando tra le competenze comunali la regolamentazione della materia in questione, devoluta dall’art. 4 dello stesso D.M. n.381/1988 alle competenze delle regioni e delle province autonome.

4) Incompetenza – Violazione dell’art. 51 della legge 8 giugno 1990, n. 142, modificato dall’art. della legge 16 giugno 19998, n. 191.

L’ordinanza n. 132 del 31 maggio 1999 avrebbe dovuto essere adottata non dal Sindaco (organo elettivo avente poteri di indirizzo e di controllo) sibbene dal dirigente preposto al ramo, trattandosi di atto di gestione amministrativa riservata all’apparato burocratico.

Il Comune di Partinico, costituitosi in giudizio, con memoria nei termini, ha genericamente contestato la fondatezza del ricorso, chiedendone il rigetto; vinte le spese.

Con due memorie nei termini, la società ricorrente ha ulteriormente illustrato quanto dedotto nell’atto introduttivo del giudizio.

Con ordinanza n.1412 del 10 settembre 1999, è stata accolta la domanda incidentale di sospensione dell’esecuzione degli ati impugnati.

Alla pubblica udienza del 4 luglio 2000 i procuratori delle parti hanno insistito nelle rispettive tesi ed il ricorso è stato posto in decisione.

DIRITTO

Il ricorso è fondato.

Con il primo motivo d’impugnazione, la ricorrente società Omnitel deduce la violazione degli artt. 3, 7 e 8 della legge 7 agosto 1990, n. 241 e degli artt. 3, 8 e 9 della legge reg.le 30 aprile 1991, 10, per sostenere che i provvedimenti impugnati, in quanto modificativi dei precedenti atti (che avevano autorizzato l’installazione di antenne di trasmissione per telefonia cellulare e le opere relative alla realizzazione di una stazione radio base della rete GSM) avrebbero dovuto essere preceduti dalla comunicazione di avvio del relativo procedimento.

La doglianza è fondata limitatamente al primo dei due provvedimenti impugnati (ordinanza del Dirigente del Settore urbanistica ed uso del territorio del Comune di Partinico n.109 del 12 maggio 1999).

Ed invero, costituisce ormai ius receptum il principio secondo cui, ogni volta che l’Amministrazione intenda emanare un atto di secondo grado, vale a dire di annullamento, di revoca o di sospensione di un proprio precedente provvedimento, è tenuta a dare avviso del relativo procedimento ai soggetti interessati, ai sensi dell’art.7 della legge 7 agosto 1990, n.241, recepita nella Regione siciliana con la citata legge n.10/1991 (tra le tante, C.G.A., 1 ottobre 1996, n.269; 8 agosto 1998, n. 455; Cons. Stato, sez. VI, 20 aprile 2000, . 2443; T.A.R. Sicilia, sez. I, 27 maggio 1999, n. 1148, sez. II, 25 luglio 2000, n. 1653).

Ed anche a proposito dei provvedimenti sanzionatori in materia edilizia (tra i quali rientra la citata ordinanza n. 109/1999) questa Sezione ha avuto recentemente occasione (v. sentenza n. 1081 del 28 maggio 1998) di affermare che l’Amministrazione, prima di adottare un atto interdittivo conseguente ad eventuali abusi edilizi, deve inviare all’interessato apposita comunicazione dell’avvio del relativo procedimento, anche al fine di utilmente agevolare la c.d. “composizione procedimentale” degli interessi in gioco.

Ma, poiché il primo comma del citato art. 7 della legge n. 241/1990 contempla una deroga all’obbligo di effettuare detta comunicazione qualora sussistano “particolari esigenze di celerità” del procedimento (cfr., in tal senso, T.A.R. Veneto, sez. I, 12 giugno 1999, n. 941; T.A.R. Sicilia, sez. II, 7 settembre 1999, n. 1710), l’impugnata ordinanza sindacale n. 132 del 31 maggio 1999, adottata ai sensi dell’art.69 dell’O.R.E.L. (Ordinamento amministrativo degli Enti Locali nella Regione siciliana) resiste, per la sua intrinseca natura (“provvedimento contingibile ed urgente”), alla dedotta censura.

Con il secondo motivo (violazione ed errata applicazione dell’art. 2, 3° comma, della legge reg.le 10 agosto 1985, n. 37 e dell’art. 69 dell’O.R.E.L.) si deduce che il citato art. 2 non si attaglia al caso in esame, in quanto trova applicazione in tema di violazione di strumenti urbanistici, mentre gli atti impugnati attengono alla realizzazione di una stazione radio i cui lavori sono stati eseguiti in perfetta conformità alla rilasciata autorizzazione. Inoltre, nella fattispecie, non ricorrerebbero fatti contingibili ed urgenti che possano giustificare l’applicazione dell’art. 69 dell’O.R.E.L. .

Il primo profilo di censura, che investe la suddetta ordinanza dirigenziale n. 109, merita accoglimento, per la semplice constatazione che, da una parte, intende applicare il terzo comma dell’art. 2 della legge reg.le n. 37/1985 che prevede la sospensione dei lavori” per “l’inosservanza di norme, prescrizioni di strumenti urbanistici, programmi di attuazione, modalità esecutive della concessione e, più in generale, di qualsiasi altra prescrizione gravante sul costruttore”, e dall’altra non accenna minimamente ad alcuna di tali infrazioni, limitandosi, invece, a richiamare la disposizione sindacale n. 5271 del 12 maggio 1999, con la quale si ritiene di sospendere i lavori di installazione dell’antenna di trasmissione per le opere relative alla realizzazione di una stazione radio base della rete cellulare GSM su un edificio sito in via Monteverdi, n.27 (autorizzati con provvedimento n.55/99 dell’1 aprile 1999) per finalità – verifica della “pericolosità” dell’antenna in relazione ad eventuale “inquinamento elettromagnetico” – che nulla ha a che vedere con le suddette infrazioni urbanistiche, anche perché, secondo la incontestata deduzione della società ricorrente, i lavori in questione “sono stati eseguiti in perfetta conformità alla rilasciata autorizzazione”.

L’altro profilo di censura, rivolto avverso la predetta ordinanza sindacale, non può essere condiviso, in quanto il citato art. 69 dell’O.R.E.L. attribuisce proprio al Sindaco, quale Ufficiale di Governo, la competenza ad adottare provvedimenti contingibili ed urgenti per fronteggiare anche esigenze di carattere sanitario (da ultimo, C.G.A. 20 luglio 1999, n. 367); e non par dubbio che la tutela della salute, che detta ordinanza intenderebbe salvaguardare, rientri tra tali esigenze.

Il terzo motivo d’impugnazione investe entrambi i provvedimenti impugnati ed attiene all’aspetto sostanziale (e, nello stesso tempo, delicato e complesso) dell’odierna controversia, attenendo alla dibattuta problematica degli eventuali effetti nocivi alla salute dei campi elettromagnetici prodotti dalle emissioni delle stazioni radio base per telefonia cellulare.

Il Collegio ben conosce l’ampio ed interessantissimo dibattito dottrinario e scientifico che negli ultimi anni si è sviluppato in ordine agli effetti biologici delle cosiddette “radiazioni non ionizzanti” (definite con l’acronimo “NIR” – no ionizing radiation -) che hanno energia talmente bassa da non essere in grado di ionizzare la materia, cioè di rompere i legami interni delle molecole; dibattito che non è ancora pervenuto a conclusioni scientifiche generalmente accettate, per cui di notevole complessità si presenta l’azione pubblica – autorizzativa, di controllo e sanzionatoria – relativa all’installazione e gestione di dispositivi trasmittenti (stazioni radio, antenne, postazioni fisse, ponti radio ecc.).

Ma, essendo questo Tribunale giudice di legittimità, il Collegio è ben consapevole dei limiti della propria giurisdizione che non può certamente tenere conto di convinzioni scientifiche fondate su tesi quanto mai controverse né tanto meno di discutibili opinioni personali, dovendo le sue decisioni fondarsi esclusivamente sulla vigente normativa che mira a contemperare i diritti alla salute, alla tutela dell’ambiente, all’ordinato uso del territorio con le moderne esigenze relative alle telecomunicazioni ed esulando, quindi, dalla funzione giurisdizionale apprezzare la mera possibilità di un pericolo per la salute.

Orbene, poiché sembra scientificamente acquisito che, quando l’onda elettromagnetica incontra un corpo, parte dell’energia viene riflessa e parte viene trasmessa all’interno del corpo investito e che l’assorbimento delle onde elettromagnetiche è favorito principalmente dall’alta percentuale del contenuto di acqua dei tessuti sicché quelli più ricchi di acqua (sangue, cervello) assorbono molta più energia elettromagnetica rispetto a quelli che ne contengono meno (tessuto osseo, adiposo, cartilagineo), per cui sussistono possibili rischi sanitari derivanti dall’esposizione a radiazioni elettromagnetiche, il legislatore, in un primo tempo, è intervenuto ponendo norme in materia di sicurezza nel lavoro, con il D.P.R. 9 giugno 1975, n. 482, la cui Tabella relativa alle malattie professionali dell’industria annovera tra quelle causate da radiazioni non ionizzanti, da laser, da onde elettromagnetiche e loro conseguenze dirette connesse con lavorazioni che espongono a tali radiazioni.

Successivamente, con il D.P.R.19 marzo 1976, n. 303 (art. 22), ha prescritto che il datore di lavoro provveda affinché i lavoratori esposti in modo continuativo a radiazioni calorifiche (effetto principale determinato dai campi elettromagnetici a radiofrequenze e a microonde) siano protetti mediante l’adozione di mezzi personali e schermi.

Con i Decreti legislativi 19 settembre 1994, n. 626 e 14 agosto 1996, n. 493, sono stati, poi, previsti dispositivi di protezione individuale per le radiazioni non ionizzanti e sono state dettate prescrizioni minime di sicurezza e per la salute per i lavoratori esposti nel campo delle radiofrequenze e delle microonde.

Più recentemente, con D.L. 1° maggio 1997, n. 115 (convertito in legge 1° luglio 1997, n. 189) di attuazione della direttiva 96/2/CE, all’art. 2 bis, si è prescritto che “nell’installazione e nell’uso delle infrastrutture le imprese devono garantire la compatibilità delle infrastrutture stesse con le norme vigenti relative ai rischi sanitari per la popolazione, in particolare in merito ai campi elettromagnetici da esse generati” (1° comma) e che “la installazione di infrastrutture dovrà essere sottoposta ad opportune procedure di valutazione di impatto ambientale” (2° comma).

Con la legge 31 luglio 1997, n. 249 è stata istituita l’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni prevedendo, fra l’altro, la fissazione dei tetti di radiofrequenze compatibili con la salute umana, In particolare, l’art.3 di detta legge dispone che “L’Autorità approva il piano nazionale di assegnazione delle frequenze di cui all’art. 2 comma 6, entro e non oltre il 31 gennaio 1998. Sulla base del piano nazionale di assegnazione delle frequenze debbano essere rilasciate, le nuove concessioni radiotelevisive private. Tali concessioni, che hanno una durata di sei anni, possono essere rilasciate, nel rispetto delle condizioni definite in un regolamento adottato dall’Autorità tenendo conto anche dei principi di cui al comma 3…”.

L’art. 2 del D.P.R. 19 settembre 1997, n. 318 dispone, poi, che l’installazione, l’esercizio e la fornitura di reti di telecomunicazioni nonchè la prestazione di servizi ad esse relativi accessibili al pubblico si deve basare “sul rispetto della vigente normativa in materia di tutela della salute pubblica, dell’ambiente e degli obiettivi di pianificazione urbanistica e territoriale, di concerto con le competenti autorità” (lett. f).

Inoltre, il D.L.vo. 31 marzo 1998, n. 112, concernente il “Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle Regioni ed agli Enti locali, in attuazione del Capo 1 della L. 15.3.1997 n. 59”, ha definito i compiti di rilievo nazionale e quelli conferiti a Regioni ed Enti locali (art. 83) in materia di inquinamento acustico, atmosferico ed elettromagnetico (art. 84).

Per ciò che più specificamene attiene all’odierna controversia, va posto in evidenza il decreto del Ministro dell’Ambiente 10 settembre 1998, n. 381, con il quale, di concerto con i Ministri della Sanità e delle Telecomunicazioni, sono stati fissati i tetti di radiofrequenze (inferiori a quelli ammessi negli altri Paesi più industrializzati e ed a quelli raccomandati dalla stessa Unione Europea, essendo stato applicato il “principio di minimizzazione” delle esposizioni) compatibili con la salute umana in attuazione dell’art. 1 comma 6° lett. a) n. 15 della citata legge n. 249 del 1997.

Sono stati stabiliti il campo di applicazione (art.1), le definizioni ed unità di misura (art. 2), le misure di cautela e gli obiettivi di qualità (art.4), le azioni di risanamento (art.5).

In particolare, il secondo comma dell’art. 4 dispone che “In corrispondenza di edifici adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore non devono essere superati i seguenti valori, indipendentemente dalla frequenza, mediati su un’area equivalente alla sezione verticale del corpo umano e su qualsiasi intervallo di sei minuti: 6 V/m per il campo elettrico, 0,016 A/m per il campo magnetico intesi come valori efficaci e, per frequenze comprese tra 3 Mhz e 300 GHz, 0,10 W/m2 per la densità di potenza dell’onda piana equivalente”, mentre il successivo terzo comma prevede che “Nell’ambito delle proprie competenze, fatte salve le attribuzioni dell’Autorità per le garanzie delle comunicazioni, le regioni e le province autonome disciplinano l’installazione e la modifica degli impianti di radiocomunicazione al fine di garantire il rispetto dei limiti di cui al precedente articolo 3 e dei valori di cui al precedente comma, il raggiungimento di eventuali obiettivi di qualità, nonché le attività di controllo e vigilanza in accordo con la normativa vigente, anche in collaborazione con l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, per quanto attiene all’identificazione degli impianti e delle frequenze loro assegnate”.

Nell’allegato B sono indicate le modalità ed esecuzione delle misure e delle valutazioni, con la precisazione che “in presenza di più sorgenti, il limite complessivo di esposizione è 1, da ottenere come somma di contributi normalizzati delle singole sorgenti”.

Nell’allegato C, infine, è prevista la procedura da seguire per la “riduzione a conformità” dei contributi dei campi elettromagnetici generati da diverse sorgenti che concorrono in un dato punto al superamento dei limiti di esposizione.

Così delineato il quadro normativo di riferimento, al quale questo Collegio, come sopra osservato, deve attenersi, non potendo compiere opera di integrazione giurisprudenziale con l’apprezzamento, di sua iniziativa, di interessi, sia pure di particolare rilevanza come quello alla salute, che in via preventiva non siano stati posti all’attenzione dell’Amministrazione, con la fissazione di limiti, la cui congruità non può essere valutata in questa sede con criteri astratti, slegati dal vigente dettato normativo, deve rilevarsi la fondatezza del quarto motivo di ricorso.

Ed invero, come dedotto dalla ricorrente società (che, al riguardo, deduce eccesso di potere per mancanza dei presupposti, contraddittorietà ed illogicità manifesta), il Comune di Partinico non ha considerato che l’autorizzazione n.55/99 dell’1 aprile 1999 era stata rilasciata anche a seguito del favorevole parere sanitario espresso in data 12 maggio 1999 dall’A.U.S.L. n. 6 (in atti) e che eventuali difformità rispetto alle prescrizioni del D.M. 10 settembre 1998, n. 381 possono essere rilevate soltanto ad impianto attivato e previo controllo della medesima A.U.S.L. o di Enti a ciò preposti (quali l’I.S.P.E.S.L.S. –Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza- e I.S.S. –Istituto Superiore di Sanità).

Viceversa, negli atti impugnati si fa riferimento non già al superamento dei limiti fissati dal predetto D.M. (che, peraltro, come ammesso dalla stessa Amministrazione e come affermato nella successiva verifica dell’11 agosto 1999 – in atti -, risultano rispettati), sibbene ai “timori denunciati dalla collettività sugli effetti nocivi sulla salute provocati dai C.E.M. (campi elettromagnetici) prodotti dalle antenne come sopra autorizzate”.

Va, ancora, considerato che, come dedotto in ricorso, il Sindaco non poteva fare riferimento al regolamento che l’Amministrazione comunale starebbe approntando, non rientrando tra le competenze comunali la regolamentazione della materia in questione, devoluta dall’art. 4 del citato D.M. n.381/1998 alle competenze delle regioni e delle province autonome (cfr., in tal senso, T.A.R. Veneto, sez. III, 24 maggio 2000, n. 1120).

Ed, al riguardo, deve evidenziarsi come, nell’ambito della Regione siciliana, l’Assessorato del territorio e dell’ambiente, con Circolare n. 2818 del 17 aprile 2000 (in G.U.R.S. 12 maggio 2000, parte I, n. 22), facendo esplicito riferimento ai “tetti delle radiofrequenze compatibili con la salute umana” ed ai “valori limite di esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici” fissati dal D.M. n. 381 del 10 settembre 1998 nonché al documento, elaborato da un apposito gruppo di lavoro interministeriale, denominato “Linee guida applicative” del medesimo decreto n. 381/98 (documento pubblicato a cura dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente), si è limitato a precisare che “nelle more che la Regione siciliana regolamenti l’installazione e la modifica degli impianti di radiocomunicazione, nonché le modalità ed i tempi di esecuzione per le azioni di risanamento, così come previsto dagli artt. 4 e 5 del decreto n. 381/98, si ritiene utile la divulgazione delle predette “Linee guida applicative” al fine di contribuire a chiarire i vari aspetti contemplati dalla nuova disciplina e consentire una coerente applicazione delle norme nell’ambito dei procedimenti autorizzatori da parte delle pubbliche amministrazioni interessate o nella definizione di più specifiche regolamentazioni locali.

Con riferimento al punto 5 delle “Linee guida applicative”, appare infine opportuno precisare che il rilascio da parte dei comuni dell’eventuale autorizzazione o concessione edilizia, deve avvenire, oltre che a seguito di una valutazione del rispetto dei limiti di emissione fissati dal suddetto decreto n. 381/98 e degli aspetti ambientali, anche tenuto conto delle previsioni e prescrizioni urbanistiche ed edilizie fissate dagli strumenti urbanistici generali ed attuativi per le vane zone territoriali omogenee di cui al decreto ministeriale n. 1444/68.

Ne consegue che, in assenza di ulteriori limiti stabiliti in sede regionale, il Collegio, pur apprezzando – in un ambito di eccezionale delicatezza costituito dal bene primario della salute – la valenza anche filosofica del “principio precauzionale” parimenti citato nella suddetta ordinanza sindacale, non può sottrarsi, alla stregua della normativa vigente, alla statuizione di annullamento dei provvedimenti impugnati.

E tali conclusioni, del resto, trovano conforto nel costante indirizzo giurisprudenziale che, in fattispecie analoghe alla presente, si è espresso nel senso che:

il potere del sindaco, quale ufficiale di governo, di emettere provvedimenti contingibili e urgenti in materia di sanità e igiene al fine di prevenire pericoli per l’incolumità dei cittadini non può giustificare l’emissione di una ordinanza di sospensione dei lavori d’installazione, nel territorio comunale, d’un elettrodotto d’interesse statale, motivata con generico riferimento a studi su nesso di causalità tra esposizione a campi elettromagnetici e insorgenza di fenomeni cancerosi (T.A.R. Basilicata 24 giugno 1996, n. 146);

con riguardo alla presunta nocività dei campi elettromagnetici di un elettrodotto ad alta tensione, laddove siano rispettate le previsioni del D.P.C.M. 23 aprile 1992, recante una specifica normativa a tutela della salute umana in relazione ai predetti campi, non sussiste un pericolo per l’interesse tutelato, ed è conseguentemente illegittimo il provvedimento sindacale contingibile ed urgente ex art. 38 della l. n. 142 del 1990 (T.A.R. Basilicata 24 giugno 1996, n. 147);

ai fini della tutela del diritto alla salute dai campi elettromagnetici derivanti dagli elettrodotti ad alta tensione, il rispetto del D.P.C.M. 23 aprile 1992, che ha fissato normativamente i limiti massimi di esposizione dai campi elettrici e le condizioni che devono essere rispettate per la costruzione di nuovi elettrodotti, e’ sufficiente ai fini della legittimità dell’atto autorizzativo che approva il tracciato dell’elettrodotto (T.A.R. Lombardia sez. II, Milano, 14 maggio 1994, n. 302; 3 novembre 1994, n. 618);

in presenza del rispetto del D.P.C.M. 23 aprile 1992 – che prevede i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici degli elettrodotti ad alta tensione, recependo (al pari del D.P.R. 27 aprile 1992 concernente la V.I.A.) quelli indicati, in via prudenziale, dalle più autorevol organizzazioni scientifiche internazionali e nazionali – va respinto il ricorso volto alla sospensione della realizzazione di una linea in base a presunti pericoli per la salute umana (Tribunale Reggio Emilia, 5 dicembre 1994);

con il rispetto delle prescrizioni limitative dettate dal D.P.C.M. 23 aprile 1992 si esauriscono i doveri imposti in materia di localizzazione degli elettrodotti, dalla tutela della salute dai rischi generati dai campi elettromagnetici (T.A.R. Campania sez. V, Napoli, 21 dicembre 1994, n. 485);

come emerge da una apposita relazione dell’Istituto Superiore di Sanità, “i risultati della ricerca scientifica attualmente noti non suffragano alcuna ipotesi di effetti a lungo termine dell’esposizione a campi elettromagnetici, che abbiano frequenza ed intensità confrontabili con quelle dei campi generali dei normali ambienti di vita dalle stazioni radio-base”. Nel caso in cui siano stati osservati i limiti di esposizione stabiliti dal D.M. n. 381 del 10 settembre 1998 ed anche le raccomandazioni, scaturite dal Convegno internazionale tenutosi a Trento il 25 e 26 novembre 1999, contenute nella “lettera indirizzata all’on. Edo Ronchi”, non può essere sospesa una autorizzazione rilasciata per un impianto di telefonia mobile situato nei pressi di una scuola” (Tribunale di Parma, ordinanza 22 luglio 2000).

Assorbito quant’altro, il ricorso va, quindi, accolto, con compensazione, tuttavia, delle spese di giudizio, ricorrendo giusti motivi connessi alla particolare natura della controversia.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, Sezione seconda, accoglie il ricorso in epigrafe indicato e, per l’effetto, annulla i provvedimenti con lo stesso impugnati.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Palermo, in Camera di consiglio, addì 4 luglio 2000, con l’intervento dei sigg. magistrati:

– Calogero Adamo, presidente;

– Nicolò Monteleone, consigliere – estensore;

– Michele Corradino, referendario.