2 luglio 1997 Sentenza n. 5944 della Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civile

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2 LUGLIO 1997

SENTENZA N. 5944 DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, SEZIONE III CIVILE

 

 

sul ricorso proposto da:

ITALMOBILIARE SOC., elettivamente domiciliata in ROMA FORO TRAIANO 1-A, difesa dagli avvocati ENRICO BUGLIELLI e GIORGIO COSMELLI, giusta delega in atti;

Ricorrente

contro

BERRUTI VITTORIO MARIA, LETTA GIANNI, ED ROMANA SOC, MUOJO AUGUSTO;

Intimati

e sul 2 ricorso n. 12700-94 proposto da:

LETTA GIANNI, elettivamente domiciliato in ROMA VIA COLA DI RIENZO 212, difeso dall’avvocato SALVATORE DE FRANCESCO, giusta delega in atti;

Controricorrente e ricorrente incidentale

contro

BERRUTI VITTORIO MARIA, ITALMOBILIARE SPA, MUOJO AUGUSTO;

intimati

e sul 3 ricorso n. 13364-94 proposto da:

BERRUTI VITTORIO MARIA, elettivamente domiciliato in ROMA VIA CESCENZIO 9, presso lo studio dell’avvocato EMILIANO AMATO, che lo difende anche disgiuntamente all’avvocato PIETRO MAGNO, giusta delega in atti;

Controricorrente e ricorrente incidentale

contro

ITALMOBILIARE SOC, in persona del legale rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, FORO TRAIANO 1-A, difesa dagli avvocati ENRICO BUGLIELLI, GIORGIO COSMELLI, giusta delega in atti;

controricorrente al ricorso incidentale

nonché contro

LETTA GIANNI, MUOIO AUGUSTO, ED ROMANA SOC;

intimati

e sul 4 ricorso n. 139898-94 proposto da:

MUOJO AUGUSTO, elettivamente domiciliato in ROMA VIA COSSERIA 5, difeso dall’avvocato GUIDO ROMANELLI, giusta delega in atti;

Ricorrente

contro

BERRUTI VITTORIO MARIA, ITALMOBILIARE SOC, GIANNI LETTA;

Intimati

e sul 5 ricorso n. 13678-94 proposto da:

BERRUTI VITTORIO MARIA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CRESCENZIO 9, presso lo studio dell’avvocato EMILIANO AMATO che lo difende anche disgiuntamente all’avvocato PIETRO MAGNO, giusta delega in atti;

Controricorrente e ricorrente incidentale

contro

LETTA GIANNI, ITALMOBILIARE SOC, MUOIO AUGUSTO, ED ROMANA SOC;

intimati

avverso la sentenza n. 2444-93 della Corte d’Appello di ROMA, emessa il 11-05-93 e depositata il 13-09-93 (R.G. 1875-92, 1818-92, 3889-92);

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19-11-96 dal Relatore Consigliere Dott. Guido MARLETTA;

udito l’Avvocato Dott. Enrico BUGLIELLI;

udito l’Avvocato Dott. Emiliano AMATO;

udito l’Avvocato Dott. Guido ROMANELLI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Franco MOROZZO DELLA ROCCA che ha concluso per il rigetto dei ricorsi SOC IMMOBILIARE, LETTA e MUOJO Augusto e l’assorbimento dei ricorsi BERRUTI Vittorio Maria.

Fatto

Il 28 marzo 1975 sull’edizione campana del quotidiano “Il Tempo”

appariva un articolo a firma di Muojo Augusto che sotto il titolo (a tre colonne) “Estese a Benevento e a Milano le ricerche dei “capi” dei N.A.P.”, così iniziava “Altri due giovani del Benevento farebbero parte dei “cervelli” dei N.A.P.. Il primo si è laureato in architettura ed è figlio di un magistrato, il secondo è uno studente di ingegneria ed è figlio di un preside di scuola media.

Entrambi sono amici di Domenico Delli Veneri, lo studente venticinquenne che aveva preso in affitto l’appartamento della Riviera di Chiaia, cioè la seconda centrale dei terroristi”.

Nonostante la mancata indicazione dei nomi, uno dei giovani era stato ben presto identificato nella persona di Berruti Vittorio Maria, che da poco aveva conseguito la laurea in architettura ed era figlio di un magistrato di Benevento.

Il Berruti proponeva querela contro l’autore dell’articolo e il direttore responsabile del quotidiano Dr. Letta Gianni, che venivano condannati dal Tribunale di Roma, con sentenza del 26 settembre 1977, per il reato di diffamazione a mezzo stampa. La Corte di Appello di Roma, con sentenza del 23 novembre 1981, concedeva al Muojo il beneficio della sospensione condizionale della pena e dichiarava non doversi procedere nei confronti del letta per intervenuta amnistia, confermando nel resto l’impugnata sentenza.

Il ricorso per cassazione proposto dal Muojo veniva rigettato da questa Corte con sentenza del 30 luglio 1982.

Con atto notificato il 3-6 aprile 1987 il Berruti conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Roma il Muojo, il Letta e la S.p.a. Nuova Sertico, editrice del quotidiano, chiedendone la condanna in solido al pagamento, in suo favore, della somma di un miliardo di lire o di quella diversa ritenuta di giustizia a titolo di risarcimento dei gravissimi danni patrimoniali e morali subiti in causa della pubblicazione dell’articolo in questione.

Si costituivano il Muojo e il Letta, deducendo l’intervenuta prescrizione del diritto e comunque assumendo che la notizia era stata pubblicata anche da altri giornali che sul posto avevano una diffusione maggiore de “Il Tempo”.

Intervenivano volontariamente nel giudizio la S.r.l. Editrice Romana quale cessionaria dell’azienda editoriale e la S.p.a. Italmobiliare, che aveva incorporato la Nuova Sertico. L’attore estendeva la domanda agli intervenienti.

L’adito Tribunale, con sentenza del 10 agosto 1989, rigettava l’eccezione di prescrizione affermando la legittimazione passiva della Nuova Sertico e, con successiva sentenza del 9 dicembre 1981, definendo il giudizio, condannava il Muojo, il Letta e la S.p.a. Italmobiliare, in solido tra loro, a pagare al Berruti la somma di L. 50.000.000 a titolo di danni.

Rigettava la domanda proposta nei confronti dell’Editrice Romana.

La sentenza veniva pure impugnata in via incidentale e separatamente in via principale dal Berruti.

Separata impugnazione in via incidentale e separatamente in via principale dal Berruti.

Separata impugnazione invia principale proponeva pure il Muojo.

La Corte di Appello di Roma, con sentenza del 13 settembre 1993, dichiarava inammissibile l’appello proposto dal Muojo; rigettava gli appelli proposti dalla S.p.a. Italmobiliare e dal Letta. In parziale accoglimento dell’appello proposto dal Berruti, condannava la Italmobiliare, il Muojo e il Letta, in solido tra loro, al pagamento dell’ulteriore somma di L. 70.000.000, con gli interessi legali dalla data della decisione, nonché all’importo delle spese del giudizio di primo grado.

Rilevava la Corte di merito in limine l’ammissibilità dell’appello del Berruti e l’inammissibilità di quello proposto dal Muojo perché notificato oltre il termine di cui all’art. 343 c.p.c.

Nel merito, osservava che, prevedendo l’art. 2055 c.c. la responsabilità solidale dei diversi soggetti responsabili del danno anche con condotte tra loro indipendenti, nella specie era configurabile siffatta responsabilità con riguardo alla pubblicazione, da parte dei quotidiani “Il Tempo”, “Roma” e “Roma sera” della notizia lesiva del Berruti e che il lievissimo anticipo col quale detta notizia era apparsa sul “Roma” non valeva ad escludere ogni efficienza causale della pubblicazione della stessa su “Il Tempo”.

In ordine al “quantum debeatur”, osservava che, avuto riguardo alle attività professionali svolte dal Berruti all’epoca dei fatti, la pubblicazione dell’articolo aveva innegabilmente avuto una incidenza negativa su tali attività: incidenza la cui valutazione, come operata dai primi giudici, doveva ritenersi congrua sul piano dell’art. 1226 c.c., certamente applicabile alla fattispecie. Inadeguata doveva, invece, considerarsi la valutazione del danno non patrimoniale, avuto riguardo alla gravita della notizia pubblicata e ai riflessi della sua diffusione su persona che, a causa della condizione familiare, era particolarmente portata a provarne turbamento. Adeguata era la somma di L. 70.000.000, comprensiva dell’ammontare degli interessi e della rivalutazione.

Riliquidava infine in misura maggiore le spese sostenute dal Berruti per il giudizio di primo grado.

Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la S.p.a. Italmobiliare sulla base di quattro motivi.

Resiste il Berruti con controricorso, contestualmente proponendo ricorso incidentale condizionato sulla base di un unico motivo.

A tale ultimo ricorso resistono con separati controricorsi il Muojo e il Letta, contestualmente proponendo ricorso incidentale sulla base di tre motivi ciascuno.

Al ricorso incidentale del Letta resiste con ulteriore controricorso il Berruti, con contestuale proposizione di ricorso incidentale condizionato sulla base di un unico motivo.

Il Berruti ha prodotto memoria.

La S.r.l. L’Editrice Romana non ha svolto in questa sede attività difensiva.

Diritto

Preliminarmente va disposta la riunione di tutti i ricorsi, che investono la medesima sentenza, a norma dell’art. 335 c.p.c.

In ordine al secondo ricorso incidentale condizionato proposto dal Berruti, si osserva che esso è inammissibile.

Come questa Corte ha avuto modo di affermare in recenti decisioni (cfr. Cass. 6471-93, etc.) la parte che abbia già proposto impugnazione – principale o anche solo incidentale – contro alcune delle statuizioni della sentenza oggetto dell’impugnazione medesima, non può successivamente proporre un successivo atto di impugnazione neppure se nel frattempo abbia ricevuto notificazione dell’impugnazione dell’avversario e a prescindere dal fatto che questa possa suggerire un’estensione della lite anche con riguardo ad altre pronunce contenute nella medesima sentenza.

Invero, in applicazione del principio dell’unità dell’impugnazione, una volta proposta quest’ultima, in via principale o incidentale, il diritto di impugnazione deve ritenersi consumato – salva l’ipotesi di impugnazione nulla o inammissibile o improcedibile, e sempre che nelle due ultime ipotesi l’inammissibilità o la improcedibilità non siano state ancora dichiarate.

D’altra parte la norma dell’art. 334 c.p.c., la quale consente l’impugnazione incidentale anche dopo il decorso dei termini di cui agli artt. 325 e 327 c.p.c., per la sua stessa ratio – volta a rendere possibile l’accettazione della sentenza, in situazione di reciproca soccombenza, solo quando l’avversario tenga analogo comportamento – non è applicabile in favore della parte che ha già proposto impugnazione, la quale per ciò stesso ha operato una scelta di completa acquiescenza alla sentenza impugnata (cfr. Cass. 6471-93, etc.).

Peraltro, il secondo ricorso incidentale del Berruti è ancorato agli stessi motivi già dedotti con la precedente impugnazione conseguente al ricorso principale della Italmobiliare, che è invece ammissibile.

Con il primo motivo del ricorso principale, denunciandosi violazione degli artt. 1226 e 2721 c.c., delle norme e dei principi in tema di onere della prova e degli artt. 131, 139 e 151 r.d. 4 febbraio 1915 n. 148, nonché omessa motivazione su punto essenziale della controversia, si deduce che la Corte di merito avrebbe ravvisato il danno patrimoniale subito dal Berruti per effetto della pubblicazione dell’articolo diffamatorio nella pretesa incidenza negativa prodottasi sulla di lui attività professionale. In tale prospettiva, nel dare atto che il Berruti si era astenuto dal fornire “più precisi e significativi elementi di prova”, avrebbe ritenuto provata l’esistenza del danno sulla base delle deposizioni testimoniali concernenti il pregresso svolgimento di attività professionale, procedendo quindi alla liquidazione del danno in via equitativa. Così operando, avrebbe violato il disposto dell’art. 1226 c.c., che consente il ricorso al “criterio equitativo” solo nell’ipotesi di impossibilità di prova del danno nel suo preciso ammontare, peraltro utilizzando la prova testimoniale avente ad oggetto contratti di prestazione d’opera intellettuale con amministrazioni pubbliche, per i quali è richiesta ad substantiam la forma scritta, senza inoltre avvertire che i contratti degli enti pubblici richiedono una preventiva deliberazione, costituente presupposto essenziale per la manifestazione della volontà negoziale dell’ente.

Il motivo è infondato in ciascuna delle sue articolazioni.

Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, che non vi sono ragioni per non condividere, l’impossibilità di prova del danno nel suo preciso ammontare, quale presupposto per l’ammissibilità della valutazione equitativa del danno a norma dell’art. 1226 c.c. richiamato, in tema di responsabilità extracontrattuale, dall’art. 2056 c.c. – deve essere intesa in senso relativo a ricorrere ogni qual volta, in relazione alla peculiarità del fatto dannoso e delle caratteristiche personali del danneggiato, la precisa determinazione dell’ammontare del danno si presenti notevolmente difficoltosa (cfr. Cass. 736-87; Cass. 6056-90, Cass. 10649-94; Cass. 2605-95, etc.).

Nella specie, la sentenza impugnata ha accertato, valorizzando le risultanze della prova testimoniale: 1) Che al momento della pubblicazione dell’articolo (marzo 1975) il Berruti svolgeva una intensa attività professionale, anche con pubbliche amministrazioni (circostanza avvalorata anche da prove documentali); d) Che il predetto dal 1973 al 1975 è stato componente della commissione per la progettazione del piano particolareggiato della città di Benevento; 3) Che egli dal 1975 al 1979 non aveva avuto incarichi professionali da enti pubblici e, in particolare, dal Comune di Benevento.

Correttamente, quindi, la Corte di merito ha ritenuto adeguatamente provato il danno subito dal Berruti.

La notevole difficoltà di una precisa quantificazione del danno si ricava peraltro implicitamente dalla natura stessa del pregiudizio.

D’altra parte la consistenza del danno non poteva essere sic et simpliciter ricavata dal raffronto dei compensi professionali percepiti dal Berruti prima e dopo la diffusione dell’articolo in questione, atteso che i redditi di tale natura potevano in una certa misura subire modifiche in dipendenza di fattori tutt’affatto diversi. Sicché, la particolare accentuazione della natura del pregiudizio, che si ricava anche dalla motivazione della sentenza di primo grado – per tale aspetto implicitamente recepita dalla sentenza di appello – appare al riguardo assai significativa.

L’avere poi la Corte di merito provveduto ad una valutazione equitativa pur riconoscendo che del danno si sarebbe potuto dare una prova più precisa – documentando ad esempio i redditi percepiti negli anni precedenti e successivi al lamentato pregiudizio – è argomento che non contraddice le sopra indicate conclusioni. Va a tal fine considerato che il giudice di appello ha ritenuto una prova ipoteticamente più precisa del danno non necessaria in relazione alla modesta misura nella quale esso era stato liquidato dai primi giudici – circa 6-7 milioni di lire esclusa l’incidenza di interessi e rivalutazione, e quindi una somma molto contenuta e giustificabile in base alla comune esperienza -; e che comunque la determinazione del danno, anche secondo la motivazione dei primi giudici recepita dalla sentenza impugnata, è stata operata tenendo conto della specifica attività professionale del danneggiato e dei relativi compensi tariffari all’epoca del fatto.

La valutazione equitativa muove, quindi, da precisi supporti di fatto che ne giustificano sia l’adozione che l’espressione numerica che la commisura.

Non ha poi fondamento la censura afferente la dedotta inammissibilità della prova testimoniale con riguardo a contratti di prestazione d’opera professionale stipulati con pubbliche amministrazioni, per i quali, essendo richiesta ad substantiam la forma scritta, varrebbe il divieto di cui all’art. 2725 c.c. Invero, tale divieto opera esclusivamente quando il contratto sia invocato in giudizio quale fonte di diritti ed obblighi tra le parti e non anche quale semplice fatto storico influente sulla decisione: ipotesi quest’ultima che ricorre allorché il contratto sia stato stipulato tra una sola delle parti ed un terzo (cfr. Cass. 5029-83; Cass. 3351-87; Cass. 3562-95, etc.).

Non rileva poi, con riguardo al caso in specie, che i contratti di cui il Berruti ha invocato l’esistenza richiedessero una preventiva delibera del competente organo dell’ente locale, essendo sufficiente, ai fini della prova di essi nei rapporti con i terzi, che venga accertato il conferimento degli incarichi professionali.

Peraltro, la valutazione della prova testimoniale, insindacabile in questa sede perché adeguatamente motivata, nel dar conto dell’avvenuto conferimento di incarichi, anteriormente al fatto lesivo, da parte di pubbliche amministrazioni, nei confronti del Berruti, ne afferma implicitamente la regolarità formale, oltretutto non contestata dalle parti nei giudizi di merito.

Vanno conseguentemente rigettati sia il primo motivo del ricorso incidentale del Letta, sia il primo motivo del ricorso incidentale del Muojo, recanti le medesime, censure sopra esaminate.

Con il secondo motivo del ricorso principale si deduce la violazione dell’art. 2055 c.c. per avere la sentenza impugnata ritenuto di imputare esclusivamente alla sfera di responsabilità patrimoniale della società Italmobiliare e dell’autore in contestazione l’intero danno patito dal Berruti, affermando erroneamente l’irrilevanza del fatto, dedotto e documentato, che la diffusione della notizia pregiudizievole per il Berruti era stata operata dall’ANSA e da altri quotidiani ancor prima della pubblicazione di essa su “Il Tempo”, – che aveva peraltro nella città di Benevento una diffusione Più limitata rispetto ai quotidiani “Il Mattino” e “Roma” che pure avevano pubblicato la notizia -.

Il richiamo al principio di solidarietà tra i corresponsabili del danno, dettato dall’art. 2055 c.c., non sarebbe corretto, essendo tale disposizione applicabile solo nell’ipotesi in cui il fatto illecito sia la risultante di una “cooperazione di attività” nella produzione di un medesimo evento lesivo, e non anche allorché le azioni potenzialmente dannose siano plurime pur se contemporanee. In tale ultima ipotesi, la contemporaneità dei fatti lesivi e la loro incidenza sul medesimo interesse protetto dall’ordinamento in capo al danneggiato non consentirebbero al giudice di “assorbire” in un contesto giuridico unitario “manifestazioni della realtà fattuale chiaramente separate e fra loro del tutto indipendenti”, risolvendosi altrimenti la sentenza in una condanna al risarcimento di un danno ulteriore e diverso da quello prodotto dal “soccombente” con la propria condotta.

Sul piano processuale peraltro l’attore non si sarebbe potuto esimere dall’onere di chiamare in giudizio tutti gli autori delle singole condotte lesive.

Tale motivo, riprodotto nei ricorsi incidentali del Letta e del Muojo – rispettivamente al terzo e al secondo motivo – è privo di fondamento.

Questa Corte ha, con giurisprudenza consolidata, affermato il principio per cui, ai fini della applicazione dall’art. 2055 c.c. in tema di solidarietà tra più responsabili del danno, è sufficiente l’esistenza di un unico fatto dannoso alla cui produzione abbiano concorso con efficacia causale più condotte (cfr. Cass. 381777; Cass. 13039-91; Cass. 2605-93; Cass. 623-95, etc.).

Invero, l’unicità del fatto dannoso prevista dalla norma in esame deve essere riferita unicamente al danneggiato e non va intesa come identità delle azioni degli autori del danno e neppure delle norme giuridiche da essi violate. La medesima norma, nell’affermare la responsabilità solidale degli autori del fatto illecito, pone come condizione l’unicità del fatto dannoso riguardando, a tal fine, la posizione di colui che subisce il danno, senza tener conto se le condotte lesive siano o meno tra loro autonome, né se siano o meno identici i titoli delle singole responsabilità.

Le sentenze richiamate dal ricorrente (Cass. 2204-89; Cass. 7680-91), pur motivate dalla distinzione tra indipendenza delle condotte dannose e cooperazione o concorso di cause, non esprimono in realtà un principio diverso. Esse riguardano, invero, fattispecie in cui era controverso se a cagionare il danno avessero o meno concorso tutti i chiamati come responsabili. La sentenza n. 2204-89 poi riconnette l’affermazione circa i limiti di applicazione del principio di solidarietà all’operare della presunzione di colpa, affrontando il diverso problema dell’applicabilità della presunzione di colpa concorrente per tutti coloro che abbiano partecipato al fatto illecito nell’ipotesi in cui il danno sia stato prodotto da azioni plurime, ma distinte. In altri termini, nelle due decisioni sopraindicate la questione atteneva all’affermazione della responsabilità per tutti i pretesi coautori del fatto con condotte distinte, non alla solidarietà delle rispettive obbligazioni risarcitorie.

Ciò premesso, la Corte romana ha correttamente osservato che la pubblicazione della notizia diffamatoria su differenti quotidiani non esclude l’unicità del danno dannoso, da intendere con riguardo al risultato finale in cui confluiscono le condotte dei diversi responsabili. L’identità del soggetto danneggiato e dell’interesse leso, in una alla pressoché totale coincidenza delle modalità di tempo e di luogo con le quali la notizia è stata diffusa, consentono di individuare un danno unico, non rilevando in contrario che le singole condotte illecite abbiano influito nel senso non solo di porsi come concause, ma anche di determinare un pregiudizio complessivamente maggiore di quello che la singola condotta avrebbe posto in essere, non escludendo siffatte caratteristiche la sostanziale unicità dell’evento lesivo (cfr., in tema di corresponsabilità di più soggetti che, con distinti scarichi di sostanze inquinanti nelle acque di un lago, ne abbiano diminuito la pescosità, la già citata Cass. 623-95).

La stessa Corte ha poi, con motivazione adeguata, rilevato che il lievissimo anticipo con il quale la notizia era apparsa sul quotidiano “Roma” non valesse ad escludere ogni efficienza causale della pubblicazione della stessa sul quotidiano “Il Tempo”, posto che la autorevolezza e la notorietà di quest’ultima testata aveva indubbiamente contribuito ad “accreditare, presso quanti conoscevano il Berruti, l’idea che egli facesse parte dell’organizzazione terroristica dei N.A.P.”.

Anche su tale punto, quindi, la statuizione impugnata si sottrae a censura sul piano sia dell’osservanza delle norme e dei principi di diritto, sia della correttezza della motivazione.

Sul piano processuale, infine, non ricorre la necessità – invocata dalla ricorrente che al giudizio partecipino tutti i corresponsabili del danno, in conformità al principio generale in tema di obbligazioni solidali – al quale deve derogarsi solo nell’ipotesi, non ricorrente nella specie, in cui la responsabilità di uno o più soggetti dipenda dalla responsabilità di altri – in base al quale non sussiste litisconsorzio necessario in tema di obbligazioni solidali – cfr. per tutte Cass. 3900-94 – e il danneggiato non ha, quindi, l’onere di evocare in giudizio tutti i responsabili, fermo restando il diritto dei responsabili convenuti di esercitare nello stesso giudizio il diritto di regresso nei confronti di altri soggetti non evocati dall’attore.

Con il terzo motivo del ricorso principale, denunciandosi violazione dall’art. 2059 c.c. e mancanza assoluta di motivazione, si deduce che la sentenza impugnata avrebbe del tutto omesso di motivare l’attribuzione di un danno non patrimoniale in misura maggiore rispetto a quella riconosciuta dalla sentenza di primo grado, non potendo essere a tal fine sufficiente il “formale” richiamo alla condizione familiare del danneggiato e al contenuto della notizia pubblicata.

Il motivo, ripreso nei ricorsi incidentali del Letta e del Muojo – nei quali è rispettivamente inserito nel secondo e nel terzo motivo – è infondato.

Osserva la Corte che, in tema di risarcimento del danno per fatto illecito, la liquidazione del danno non patrimoniale sfugge necessariamente ad una precisa valutazione analitica, restando affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi. Il giudice è peraltro tenuto ad indicare i criteri seguiti per una liquidazione che sia proporzionata alla gravità del reato e all’entità del patema d’animo sofferto dalla vittima. In particolare, egli deve tener conto di tutti gli elementi peculiari della fattispecie, tra i quali l’età, il sesso, il grado di sensibilità del danneggiato, rapportati alla gravità ed entità dell’offesa in sé. Con riguardo, poi, ai fatti lesivi dell’onere e della reputazione, deve tenere altresì conto delle condizioni sociali del danneggiato in rapporto anche alla sua collocazione professionale e, più in generale, al suo inserimento nel contesto sociale: elementi, questi, che valgono a dare una più precisa dimensione quantitativa al discredito che il fatto lesivo è in grado di produrre e, in definitiva, al pregiudizio da risarcire.

In tal senso è il consolidato orientamento di questa Corte, dai quali non vi siano ragioni per discostarsi (cfr. Cass. 1959-95; Cass. 9430-87; Cass. 4947-85; Cass. 1228-81, etc. Con particolare riguardo ai fatti lesivi dell’onere e della reputazione cfr. Cass. 2491-93).

Nella specie, la sentenza impugnata ha ritenuto inadeguata la somma di L. 10.000.000 liquidata dai primi giudici, comprensiva di rivalutazione e interessi legali – che, se riportata alla data dell’illecito, si riduceva a poco più di un milione di lire – e a tal fine ha tenuto conto della gravità della notizia pubblicata (la quale indicava il Berruti come uno dei “capi” di un’associazione terroristica assai pericolosa) e ai riflessi della sua diffusione su una persona che, per la sua condizione familiare – inequivoco è il riferimento al Berruti quale professionista e figlio di magistrato – era più di altre portata a provarne turbamento. Sulla scorta di tali argomenti, ha ritenuto la somma complessiva di L. 70.000.000 – peraltro comprensiva di rivalutazione monetaria e interessi – idonea a compensare il Berruti delle sofferenze morali e psichiche subite.

Tale motivazione, innestata su una valutazione essenzialmente equitativa del danno che sfugge a precisi parametri di riferimento, si rivela idonea a dar conto dell’iter logico seguito dal giudice di appello ed essendo immune di vizi logici e da errori di diritto, non è sindacabile in sede di legittimità.

Con il quarto motivo si deduce che la statuizione di condanna al risarcimento dei danni morali sarebbe in ogni caso erronea siccome avente ad oggetto all'”ulteriore somma di lire 70.000.000″ mentre, tenuto conto della somma di lire 10.000.000 riconosciuta dai primi giudici allo stesso titolo, la “ulteriore” somma oggetto della condanna sarebbe stata di lire 60.000.000. Precisa peraltro la ricorrente principale che tale censura viene svolta nell’ipotesi in cui dovesse essere ritenuta insussistente l’ipotesi di errore materiale effettivamente configurabile, in relazione alla quale era in corso di presentazione davanti al giudice competente istanza ex art. 287 c.p.c.

La stessa censura viene svolta nel secondo motivo del ricorso incidentale del Letta e nel terzo motivo di quello del Muojo.

Osserva la Corte che essa è inammissibile. E’ evidente che il vizio denunciato si traduce nella difformità tra dispositivo e motivazione della sentenza: il primo reca condanna per “ulteriori” L. 70.000.000 a titolo di danno morale, con conseguente aggiunta di tale importo a quello di L. 10.000.000 già liquidato dal Tribunale allo stesso titolo, mentre la seconda prevede una liquidazione di complessive L. 70.000.000 per danni morali. Trattasi quindi all’evidenza di difformità tra l’ideazione sottesa all’argomentazione e la sua rappresentazione grafica, rilevabile dall’incoerenza del testo della sentenza, e quindi il vizio va ricondotto dall’ipotesi di cui agli artt. 287 e ss. c.p.c. e non ad uno dei motivi di cui all’art. 360 c.p.c., e va fatto valere davanti allo stesso giudice che ha emesso la sentenza che ne è affetta, come peraltro anticipato dalla Italmobiliare.

In definitiva, sia il ricorso principale della S.p.a. Italmobiliare che quelli incidentali del Dr. Muojo e del Dr. Letta vanno rigettati.

Il primo ricorso incidentale condizionato del Dr. Berruti va, quindi, dichiarato assorbito.

I ricorrenti Italmobili, Letta e Muojo, data la soccombenza e il comune interesse nella controversia, vanno condannati in solido alle spese del presente giudizio in favore del Berruti.

Nei confronti della S.r.l. L’Editrice Romana, non costituitasi, non v’è luogo a pronuncia sulle spese.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale e i ricorsi incidentali del Letta e del Muojo, dichiara assorbito il primo ricorso incidentale condizionato del Berruti ed inammissibile il secondo. Condanna in solido la ricorrente principale e i ricorrenti incidentali Dr. Letta e Dr. Muojo alle spese del presente giudizio in favore del Berruti, che liquida in lire 958.900, oltre lire sette milioni per onorari.