2 luglio 1997 Sentenza n. 5947 della Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civile

image_pdfimage_print

2 LUGLIO 1997

SENTENZA N. 5947 DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, SEZIONE III CIVILE

 

 sul ricorso proposto da:

L’UNITA’ SOC., in persona del Presidente e legale rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA SILVIO PELLICO 2, presso lo studio dell’avvocato IGNAZIO FIORE, che la difende anche disgiuntamente all’avvocato SERGIO VACIRCA, giusta delega in atti;

ricorrente

contro

MESSINA IGNAZIO E C. S.P.A., con sede in Genova, in persona del Presidente rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA OSTRIANA 12, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO DU BESSE’, che la difende anche disgiuntamente all’avvocato TULLIO PESCE, giusta delega in atti;

controricorrente

e sul 2 ricorso n. 12736-94 proposto da:

FERRARI MARCO, SGHERRI SERGIO, MENNELLA GIUSEPPE FEDERICO, BONIFACCI ROMANO, elettivamente domiciliati in ROMA VIA SILVIO PELLICO 2, presso lo studio dell’avvocato IGNAZIO FIORE, che li difende anche disgiuntamente all’avvocato SERGIO VACIRCA, giusta delega in atti;

ricorrenti

contro

IGNAZIO MESSINA E C. SOC, con sede in Genova, in persona del Presidente pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA OSTRIANA 12, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO DU BESSE’, che la difende anche disgiuntamente all’avvocato TULLIO PESCE, giusta delega in atti;

controricorrente al ricorso incidentale

avverso la sentenza n. 485-94 della Corte d’Appello di ROMA, emessa il 04-06-93 e depositata il 28-02-94 (R.G. 1703-91);

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12-12-96 dal Relatore Consigliere Dott. Ugo FAVARA;

udito l’Avvocato Dott. Sergio VACIRCA;

udito l’Avvocato Dott. Francesco DU BESSE’;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Vincenzo GAMBARDELLA che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.

Fatto

Con citazione del 12.1.89 la Soc. Messina conveniva dinanzi al Tribunale di Roma la Soc. L’Unità, in persona del legale rappresentante, nonché Ferrari Marco e Sgherri Sergio per sentirli condannare al risarcimento dei danni patiti a seguito della pubblicazione di alcuni articoli di stampa.

In particolare, si riferiva in citazione chela notte del 3.9.87 la motonave Jollu Rubino, appartenente alla Soc. Messina, vuota di carico, in navigazione nel golfo Persico era stata colpita da sei colpi di bazooka partiti da un motoscafo armato il che aveva costituito spunto, per il predetto giornale, per pubblicare articoli in data 13, 14, 15.9.87 nei quali si prospettava il coinvolgimento della predetta nave in un traffico di armi, notizia, invece, del tutto priva di fondamento.

Radicatosi il contraddittorio, i convenuti contestavano quanto asserito dalla parte attrice. Veniva, nelle more del giudizio, disposta la chiamata in causa di Bonifaci Romano e Mennella Giuseppe, nelle loro rispettive qualità di direttori dell’Unità per Milano e Roma.

Con sentenza del 31.5.90 il Tribunale rigettava la domanda compensando le spese. Proponeva appello la Soc. Messina insistendo per la riforma della decisione dei primi giudici, mentre la Soc. L’Unità ribadiva che gli articoli pubblicati costituivano legittimo esercizio del diritto di cronaca.

La Corte di Appello di Roma con sentenza del 28.2.94 condannava gli appellati a pagare alla Soc. Messina l’importo di lire 50 milioni, oltre interessi e spese.

Osservava, tra l’altro, la Corte doversi escludere che la pubblicazione di notizie disonorevoli derivanti da voci costituisca legittimo esercizio del diritto di cronaca ove di tali voci non venga specificata la provenienza e non venga compiuto un adeguato controllo circa la loro plausibilità. In concreto, non solo non era emersa la suddetta attività di controllo, ma le stesse voci apparivano fatte proprie dal redattore degli articoli. In definitiva, proseguiva la Corte, gli articoli avevano divulgato null’altro che personali insinuazioni ed illazioni che certamente non costituivano legittimo esercizio del diritto di cronaca.

Analizzando il contenuto degli articoli i giudici di appello ritenevano, altresì, che la chiarezza dei brani pubblicati escludesse che i predetti articoli manifestassero unicamente dei dubbi sulla natura del carico apparendo, al contrario, evidente che il contenuto degli articoli stessi era, invece, diretto proprio ad ingenerare nel lettore la convinzione di un volontario coinvolgimento della Soc. Messina in un traffico di armi.

La Corte territoriali, da ultimo, concludeva che doveva ritenersi irrilevante la circostanza che l’episodio fosse stato riportato da altri giornali o servizi radio-televisivi, ciò potendo costituire ipotesi di illecito anche a carico dei predetti organi.

Avverso detta sentenza hanno proposto separati ricorsi per cassazione la Soc. L’Unità, Ferrari Marco, Sgherri Sergio, Mennella Giuseppe e Bonifacci Romano affidandolo ad unico motivo sostenuto da memoria.

Ad entrambi i ricorsi ha resistito con controricorso la Soc. Messina che ha presentato memoria.

Diritto

Va preliminarmente riunito il ricorso 12736-94 all’8708-94, trattandosi di impugnazioni avverso la stessa sentenza.

Con l’unico articolato motivo di impugnazione i ricorrenti, denunziata la violazione dei principi posti dall’art. 21 della costituzione, nonché, l’insufficiente ed illogica motivazione della sentenza con riferimento, rispettivamente, ai numeri 3 e 5 dell’art. 360 c.p.c., lamentano che la Corte di Appello: nel valutare la natura dei controlli sulle voci, non abbia tenuto in alcun conto il rilevantissimo interesse della collettività all’informazione sulla vicenda; abbia, inoltre, sostenuto due concetti antitetici e cioè da un lato la particolare incisività che il controllo sulle opinioni diffuse deve avere e dall’altro la inesistenza di tali opinioni ed, ancora, da un lato l’adesione integrale dei redattori alle voci e dall’altro la sostanziale irrilevanza dei dubbi che pure questi hanno espresso; ed, infine, abbia illogicamente ritenuto di potere contemporaneamente affermare che non sarebbe dimostrata l’effettiva esistenza delle voci e la irrilevanza della circostanza che l’episodio fosse stato riportato anche da altri giornali e servizi televisivi.

La censura non ha fondamento.

In tema di diffamazione con il mezzo della stampa, qualora il fatto non sia stato già valutato in sede penale, il giudice civile deve svolgere un accertamento preordinato alla verifica dell’esistenza dei presupposti della responsabilità civile e, in definitiva, di un danno risarcibile.

Nella ipotesi in esame, il presupposto della responsabilità civile è ravvisabile nella consapevole diffusione, a mezzo del quotidiano l'”Unità”, del fatto determinato lesivo della reputazione della Soc. Messina, nel danno e nel discredito per la predetta società, nella esistenza del nesso di causalità tra la condotta e l’evento indicato.

In merito al primo elemento devesi tenere presente che la divulgazione di una notizia a mezzo della stampa può essere considerata lecita e, come tale, rientrante nell’esercizio del diritto di cronaca, solo se soddisfa la duplice condizione della sua rispondenza al vero e dell’interesse alla sua divulgazione (sul punto, Cass. 4871-95 e 8284-96).

Ovviamente, ciò non sta a significare che la notizia debba essere riportata nella sua forma narrativa più elementare, e soprattutto quando la divulgazione avviene tramite stampa o altri strumenti di informazione deve considerarsi lecito che la notizia medesima venga accompagnata da altre informazioni sempre che non siano immaginarie, ma utili alla migliore comprensione della notizia stessa da parte dei lettori, in quanto solo in tale modo il diritto di cronaca che, come è noto, è anche diritto di informazione trova una sua valida giustificazione. In altri termini, il giornalista, in particolare, deve, nel manifestare le sue idee, attenersi alla correttezza professionale ed al rispetto della verità, badando prima di ogni altra cosa che l’informazione non debba essere distorta. In conclusione, il giornalista deve controllare l’attendibilità della fonte e, altresì, accertare la verità sostanziale dei fatti oggetto della notizia perché solo in tale caso può utilmente essere invocata l’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca.

A questi principi si è correttamente uniformata la sentenza della Corte di Appello sviluppando una motivazione concreta ed ispirata alla logica, e come tale esente da censure.

Infatti, la Corte territoriale ha escluso che la pubblicazione di notizie disonorevoli derivanti da voci, pur effettivamente esistenti, costituisca legittimo esercizio del diritto di cronaca ove delle stesse voci non sia esplicitamente, nella pubblicazione, specificata la provenienza e non sia stato compiuto un adeguato controllo circa la loro plausibilità. Il controllo di plausibilità della voce deve essere, poi, maggiormente incisivo, allorché, come nella specie, vi sia maggiore coinvolgimento di chi riporta la notizia, controllo, in concreto, del tutto mancato, in quanto le voci indicate come fonti appaiono fatte proprie dal redattore degli articoli. La circostanza evidenziata dai ricorrenti, ed avente ad oggetto la mancata considerazione da parte dei secondi giudici nel valutare la natura dei controlli sulle voci, del rilevantissimo interesse della collettività alla informazione sulla vicenda, attesa la assoluta eccezionalità e gravità dei fatti riferiti, è, tuttavia, priva di rilevanza giuridica perché la risonanza che la vicenda eventualmente aveva non giustificava di certo la pubblicazione di un articolo accusatorio. Correttamente e con appagante motivazione la Corte di Appello ha ritenuto che, anche a voler prescindere dalla effettiva ed indimostrata esistenza delle voci, il contenuto dell’articolo era certamente accusatorio e diffamatorio per cui doveva ritenersi del tutto irrilevante il maggiore o minore interesse alla vicenda da parte della collettività. Accogliere la tesi dei ricorrenti importerebbe, come conseguenza, che diverrebbe legittima qualsiasi infondata accusa divulgata a mezzo della stampa o televisione solo perché riguardante una vicenda di grande attualità o risonanza.

Né è ravvisabile nella motivazione della sentenza gravata la sussistenza di due concetti antitetici e cioè da una parte la particolare incisività che il controllo sulle opinioni diffuse deve avere e dall’altra la inesistenza di tali opinioni. In effetti, i giudici di appello hanno affermato che è necessario un preventivo controllo sulla fonte e sulla attendibilità delle voci, poi concludendo che nella fattispecie tale controllo, nonché indimostrato, non era nemmeno dedotto, e che anzi agli atti non esisteva nemmeno la prova della effettiva sussistenza delle voci. nessuna illogicità nelle predette affermazioni, come sostengono i ricorrenti, avendo i secondi giudici evidenziato che l’avvenuta diffusione delle notizie lesive per la Messina era censurabile non solo per la indimostrata sussistenza delle voci ma anche per la assoluta mancanza di prova dell’avere i ricorrenti compiuto un controllo su voci verosimilmente inesistenti e dalle quali gli articoli traevano origine.

Con riferimento ad altro punto di censura con il quale i ricorrenti ravvisano nella sentenza un contrasto logico per avere la Corte distrettuale sostenuto nello stesso tempo l’adesione integrale dei redattori alle voci e la sostanziale irrilevanza dei dubbi che i redattori medesimi hanno espresso, questa Corte ritiene insussistente tale contrasto, in quanto, come si evince dalla decisione impugnata, i giudici di seconde cure, con motivato apprezzamento insindacabile in questa sede, hanno osservato come gli autori degli articoli avessero usato solo formalmente una forma dubitativa, mentre nella sostanza intesero palesemente ingenerare nei lettori la convinzione di un consapevole coinvolgimento della Messina nel traffico di armi.

Da ultimo, va esaminata la ulteriore censura mossa dai ricorrenti e riguardante una motivazione illogica e contraddittoria della sentenza sul punto in cui questa avrebbe, nello stesso tempo, ritenuto che non sarebbe dimostrata la esistenza delle voci e che irrilevante era la circostanza che l’episodio fosse stato oggetto di servizi televisivi o riportato in altri organi di informazione.

Si evince in modo sufficientemente chiaro dalla sentenza impugnata come la Corte di Appello abbia considerato irrilevante la circostanza che l’episodio riguardante il coinvolgimento della Messina in un traffico di armi fosse stato riportato in altri giornali o in servizi televisivi, in quanto la stessa non legittimava l’Unità ad usare nei suoi articoli un tono palesemente diffamatorio; del pari, ha ritenuto irrilevanti le modalità con le quali la notizia è stata diffusa da altri giornali potendo ciò costituire ipotesi di illecito anche a carico dei predetti giornali.

Deve, quindi, trarsi la conclusione da quanto precede che la Corte del merito, allorché ha affermato che non sussiste la prova della esistenza delle voci, non ha minimamente collegato tale affermazione con la non rilevanza delle pubblicazioni in altri giornali, ma ha, al contrario, rilevato che, anche ipotizzando la indimostrata esistenza delle voci, il contenuto degli articoli era, comunque, diffamatorio e come tale da censurare.

Quindi, nessun logico contrasto tra la ritenuta insufficienza probatoria circa la sussistenza delle voci e la irrilevanza della diffusione di notazioni simili a quelle presenti negli articoli dell’Unità.

In merito al fatto che, come assunto dai ricorrenti, i dubbi espressi sulla natura del carico non significavano attribuire alla Messina il ruolo di trafficante di armi, va evidenziato che con logica e razionale motivazione la Corte di Appello ha rilevato che il tenore degli articoli era volto proprio ad ingenerare nel lettore la convinzione di un volontario coinvolgimento della Soc. Messina nel traffico di armi ed è noto che il tenore accusatorio di un articolo, anche se redatto in forma dubitativa, può aumentare il contenuto della diffamazione potendo la opinione del lettore essere condotta inavvertitamente verso la tesi sostenuta dal giornalista.

La sentenza della Corte del merito, in quanto motivata in fatto con argomentazioni logiche e razionali, ha, in definitiva, ritenuto che i giornalisti fecero proprie le voci, delle quali, anche se esistenti, omisero ogni controllo, finendo col muovere accuse alla società Messina tali da gettare sulla stessa il massimo del discredito, così violando anche il principio della continenza, comportante il mantenimento della cronaca nell’ambito dei confini sia del suo contenuto sia del modo della sua divulgazione (correttezza formale della esposizione).

La sentenza impugnata non merita, in conclusione, le censure ad essa rivolte, il che comporta il rigetto del ricorso e la condanna dei ricorrenti in solido al pagamento delle spese e degli onorari di questa fase, che si liquidano in dispositivo.

P.Q.M

La Corte riunisce il ricorso n. 12736-94 e quello n. 8708-94 e li rigetta entrambi.

Condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese che liquida in lire 1.007.700 e degli onorari di difesa della parte resistente, che liquida in lire 4.000.000.