29 maggio 2001 Sentenza n. 371 del TAR Abruzzo, sezione dell’Aquila

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29 maggio 2201

Sentenza n.371/2001 del T.A.R. Abruzzo, Sezione dell’Aquila

REPUBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO PER L’ABRUZZO

L’AQUILA

ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

sul ricorso proposto da Telecom Italia Mobile – T.I.M. S.p.a.

rappresentata e difesa dall’Avv. Cesidio Gualtieri, Mario Sanino, Giuseppe De Vergottini e Carlo Celani ed elettivamente domiciliata presso lo studio del primo in L’Aquila, Corso Vittorio Emanuele n.178

c o n t r o

il Comune di Teramo (n.c.) 

e nei confronti

della Regione Abruzzo (n.c.) 

per l’annullamento

del provvedimento del 4.10.1999, successivamente notificato, con cui è stata revocata alla TIM la autorizzazione rilasciata dalla Giunta Regionale in data 4 giugno 1997 n.1408 per la realizzazione di un impianto per le telecomunicazioni di telefoni cellulari e ne è stato contestualmente ordinato lo spegnimento e l’allontanamento, e di ogni altro atto presupposto, conseguente o comunque connesso, anche non conosciuto dalla ricorrente;

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore alla pubblica udienza del 7 febbraio 2001 il Consigliere Luciano Rasola;

Udito, altresì, l’Avv. Cesidio Gualtieri per il ricorrente;

Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:

F A T T O

Con il ricorso proposto la Società ricorrente impugna il provvedimento sindacale del 4.10.1999 con cui alla T.I.M. S.p.a. è stata revocata l’autorizzazione regionale del 4.6.1997, n.1408, per la realizzazione di un impianto di telefonia cellulare, disponendosene contestualmente lo spegnimento.

Contro tale atto la T.I.M. S.p.a. deduce:

1)Violazione art.7 L.241/1990 per omessa preventiva comunicazione dell’avvio del procedimento;

2)Incompetenza del Sindaco a revocare un’autorizzazione regionale;

3)I valori massimi di esposizione di cui al D.M. 381/1998 (20V/m, ridotta a 6V/m) costituiscono i parametri da tenere presenti ai fini della tutela della popolazione dai CEM (elettromagnetici), non tanto la distanza di mt.50 dalla abitazioni, cui fa riferimento la misura adottata;

4)Il Comune non ha provato la sussistenza di condizioni di pregiudizio per le persone, non evidenziando elementi di segno opposto alle risultanze positive emerse sotto il profilo sanitario in sede di rilascio dell’autorizzazione regionale;

5)L’autorizzazione regionale è necessaria per i nuovi impianti e non per quelli esistenti;

6)La disattivazione dell’impianto non è prevista dalla normativa vigente;

7)L’atto è stato adottato senza l’indicazione di ragioni di pubblico interesse.

La Società ricorrente ha prodotto ulteriore memoria.

La causa è stata posta in decisione nell’udienza pubblica del 7 febbraio 2001.

D I R I T T O

Il ricorso è fondato e va accolto.

1.L’atto impugnato è atto di autotutela, consistendo nella revoca dell’autorizzazione per l’installazione di antenne per il servizio di telefonia cellulare e, come tale, incide su un atto che ha ampliato la sfera giuridica del destinatario, ingenerando l’affidamento circa il suo mantenimento nel tempo.

Per tale ragione, allorché si esercita la funzione di riesame, ineludibile appare l’obbligo di informare preventivamente il soggetto interessato al fine della partecipazione strumentale al procedimento, in funzione della prospettazione di ragioni e circostanze che possono eventualmente indurre l’Amministrazione o a soprassedere o ad adottare una soluzione concordata.

Fondato è, pertanto, il primo motivo dedotto in violazione dell’art.7 L.241/1990, la cui osservanza deve ritenersi particolarmente pregnante nel procedimento di secondo grado, volto al riesame di atto produttivo di effetti giuridici positivi nei confronti del destinatario.

2.L’atto impugnato è altresì illegittimo, essendo affetto dal vizio di incompetenza, in quanto il Sindaco, senza peraltro citare la norma che gli conferisce il potere esercitato, ha posto nel nulla un’autorizzazione rilasciata da altre Amministrazioni, e cioè dalla Regione Abruzzo che aveva adottato la deliberazione di Giunta regionale 4.6.1997, n.1408.

3.Fondato è anche il terzo motivo dedotto con cui si assume il contrasto del criterio della distanza, richiamato dal Comune di Teramo, con la normativa vigente e l’erroneità dello stesso sotto il profilo della esigenza di assicurare una forma di supposta protezione sanitaria.

In materia di fissazione di fissazione di standards di protezione vige il principio della esclusività della competenza statale al fine della emanazione di una disciplina uniforme, valida su tutto il territorio nazionale.

Al riguardo va richiamato il D.I. 381/1998, emanato in attuazione dell’art.1.6, lett.a), della L. 249/1997, che ha affidato al Ministero dell’Ambiente, d’intesa con quelli della Sanità e delle Comunicazioni, sentiti l’Istituto Superiore di Sanità ed Agenzia nazionale per la protezione dell’Ambiente, la determinazione dei tetti di radiofrequenza compatibili con la salute umana.

L’art.3 del D.I. 381/1998 ha fissato i limiti massimi di esposizione della popolazione ai CEM (campi elettromagnetici), stabilendo il valore di 20V/m per l’esercizio di sistemi fissi di telecomunicazioni e radiotelevisivi operanti nell’intervallo di frequenza compresa tra i 100 Kh2 e 3000 GH2.

L’art.4 del citato Regolamento interministeriale ha dettato ulteriori valori di cautela “in corrispondenza di edifici adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore”, riducendo il suindicato valore di 20V/m al valore di 6V/m, indipendentemente dalla frequenza.

Detti valori massimi d’esposizione, la cui fissazione resta di competenza statale pur in presenza della L. n.59/1997 e del D.Lvo 112/1998 (che, come noto, hanno conferito a Regioni ed enti locali la cura di interessi locali, tra cui, anche, la cura della tutela dell’ambiente dalle diverse forme di inquinamento), costituiscono gli unici criteri da tenere presenti ai fini della salvaguardia della popolazione dai CEM, per cui non appare rilevante, di per sé, il parametro della distanza da edifici cui il Sindaco fa riferimento nell’atto impugnato.

Detto parametro, non previsto dagli artt. 3 e 4 del D.I. 381/1998, introduce un criterio di tutela sanitaria che, se non ancorato a basi scientifiche, può apparire insufficiente a legittimare il potere esercitato. Può, d’altro canto, dubitarsi che le Regioni, cui l’art.4.3 del D.I. citato affida compiti di controllo e vigilanza, nonché di disciplina dell’installazione e modifiche degli impianti in questione, al fine che sia garantito il rispetto dei valori di cui all’art.3, possano introdurre criteri supplementari rispetto a quelli individuati dallo Stato, atteso che le funzioni delle Regioni in materia appaiono circoscritte all’applicazione e attuazione delle norme e dei criteri stabiliti a livello nazionale.

Se anche, comunque, tale potere può ritenersi ammissibile, va rilevato però che il potere di verifica deve avere precipuamente ad oggetto il rispetto o meno dei limiti di esposizione ai CEM individuati con i parametri di cui agli artt. 3 e 4 del D.I. 381/1998, posto che l’accertata osservanza di tali limiti è sufficiente ed esaustiva garanzia di mancanza di nocumento della salute umana per effetto dei campi elettromagnetici.

4.Il Comune, con l’atto impugnato, non ha provato, in concreto, le condizioni di pregiudizio per le persone derivanti dall’accertato superamento dei valori previsti dai citati artt. 3 e 4, non evidenziando alcun elemento che contraddicesse le risultanze positive emerse sotto il profilo sanitario in sede d’istruttoria disposta dalla Regione nel procedimento di rilascio dell’autorizzazione revocata dal Sindaco, il che rende fondato anche il quinto motivo dedotto.

5.Quanto al criterio della distanza, richiamato nel provvedimento impugnato, deve rilevarsi, peraltro, che lo stesso risulta operante, contrariamente a quanto dedotto in ricorso.

L’art.2 della L.R. n.20/1991, come modificato dalla L.R. 77/1997, prevede che l’installazione di impianti fissi oppure mobili, nuovi, nonché la permanenza degli impianti esistenti con potenza massima immessa in antenna superiore a 5 W, per gli impianti fissi, com’è nel caso di specie, è subordinata ad autorizzazione regionale.

Detta autorizzazione riguarda, dunque, non solo gli impianti nuovi, ma anche quelli esistenti.

L’art.5 della L.R. 77/1997, prescrive che le autorizzazioni regionali “per gli altri impianti” (quelli con potenza inferiore a 350 W) che comportano esposizione in campo lontano vengono rilasciate solo su apposite aree individuate dai Comuni.

Tali aree devono avere una fascia di rispetto di 50 metri “dai più vicini insediamenti abitativi”.

La delocalizzazione riguarda, dunque, anche gli impianti esistenti e deve avvenire, previa domanda di autorizzazione rivolta alla Regione Abruzzo e previa individuazione da parte del Comune interessato di apposite aree di delocalizzazione (ex artt. 2 e 5 della L.R. citata).

Ove, pertanto, il Comune provvede a individuare dette aree, è possibile allontanare gli impianti posti a distanza inferiore ai mt.50 dai più vicini insediamenti abitativi, individuazione preventiva che, nella specie, non è avvenuta.

Il riferimento, pertanto, all’art.9 non appare conferente, come non appare fondato il richiamo alla L.R. 10.5.1999, n.27, che non ha abrogato tutte le disposizioni regionali contenute nelle leggi regionali innanzi richiamate in contrasto con il D.I. 381/1998, ma solo alcune nome della L.R. 20/1991, come successivamente modificata (artt. 3, 5.1, 6.1.2.3, 7.3) per cui resta in vigore la prescrizione relativa all’autorizzazione regionale per “gli altri impianti”.

6.Fondato, invece, appare il sesto motivo dedotto, atteso che il Sindaco ha ordinato di disattivare l’impianto, in contrasto con l’art.5 del D.I. 381/1998, che prevede procedure di risanamento a carico dei titolari degli impianti nell’ipotesi di superamento dei limiti di valore di cui all’art.3 e all’art.4.2 in zone accessibili alla popolazione o in zone abitative.

Per la fondatezza, dunque dei motivi di cui ai punti 1, 2, 3, 4 e 6 sopraindicati, il ricorso va accolto e va annullato l’atto impugnato il che può dispensare il Collegio dall’esame delle ulteriori censure prospettate.

Le spese di causa possono essere equamente compensate.

P. Q. M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Abruzzo – L’Aquila, accoglie in parte il ricorso e, per l’effetto annulla l’atto impugnato.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in L’Aquila dal Tribunale Amministrativo Regionale per l’Abruzzo nella Camera di Consiglio del 7 febbraio 2001 con la partecipazione dei magistrati:

Emidio FRASCIONE Presidente
Luciano RASOLA Consigliere rel. est.
Massimo BASILAVECCHIA Consigliere