4 luglio 1997 Sentenza n. 6041 della Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Civile

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4 LUGLIO 1997

SENTENZA N. 6041 DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, SEZIONE III CIVILE

 

sul ricorso proposto

da

ED IL MESSAGGERO SOC, in persona del legale rapp.te Franco Fontana; ALEARDO SACCHETTONI, elettivamente domiciliati in ROMA VIA GIULIA 102, difesi dall’avvocato FABIO MONTEFOSCHI, giusta delega in atti;

Ricorrenti

contro

VITALONE WILFREDO, difensore di se stesso, elettivamente domiciliato presso il suo studio in ROMA, V.LE MAZZINI 88, difeso anche disgiuntamente dall’Avvocato PETTINARI FRANCESCO S., giusta delega in atti;

Controricorrente

avverso la sentenza n. 1437-94 della Corte d’Appello di ROMA, emessa l’11-5-93 depositata il 23-05-94;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13-12-96 dal Relatore Consigliere Dott. Gaetano NICASTRO;

udito l’Avvocato VITALONE WILFREDO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Vincenzo MARINELLI che ha concluso il rigetto del ricorso.

Fatto

Con sentenza dell’11-23 maggio 1994 la Corte di Appello di Roma confermava la sentenza del Tribunale della stessa sede del 6 novembre 1990-18 marzo 1991, che, in accoglimento della domanda proposta dall’avv. Wilfredo Vitalone, aveva condannato la s.p.a. Editrice “Il Messaggero” e Sacchettoni Dino, in solido, a risarcirgli il danno – da liquidarsi in separato giudizio cagionatogli con un articolo diffamatorio, a firma del secondo, pubblicato sul quotidiano “Il Messaggero” del 30 giugno 1983, nel quale si affermava che nei suoi confronti era stato emesso un provvedimento restrittivo della libertà personale per avere, fra l’altro, collaborato con il generale della G.d.F. Donato Lo Prete, coinvolto nel c.d. “scandalo dei petroli”, nella stesura di memoriali anonimi, inviati alle procure che indagavano, contro alcuni magistrati preposti alle indagini, al fine di mirarne la credibilità.

La Corte rilevava che dal mandato di cattura emesso dal giudice istruttore del Tribunale di Modena il 17 giugno 1983, cui si faceva riferimento nell’articolo, risultava che si procedeva nei confronti dell’avv. Vitalone e del gen. Lo Prete per il reato di calunnia commesso ai danni del giudice istruttore del Tribunale di Treviso dott. Felice Napolitano attraverso la denuncia querela e l’istanza di ricusazione del 14 febbraio 1980. Solo in seguito, come risultava da un provvedimento del 9 luglio 1983, emesso in sostituzione e ad integrazione del precedente, si era proceduto contro il Vitalone per altri episodi di calunnia, che, sempre secondo l’accusa, sarebbero stati commessi in concorso con il Lo Prete, “con più denunce anonime”: per tale addebito era stata emessa nei suoi confronti una semplice comunicazione giudiziaria, “stante l’insufficienza degli indizi di colpevolezza”, e non un mandato di cattura, come riferito nell’articolo. Al momento della pubblicazione all’articolo esistevano quindi, semmai, solo “voci di corridoio”, mentre mancavano quegli indizi di colpevolezza che il giornalista aveva, invece, ipotizzato sussistenti, affermando che “tracce compromettenti per Lo Prete e, evidentemente, per il suo avvocato Wilfredo Vitalone” erano state ravvisate nei documenti rinvenuti nella villa del primo dalla polizza spagnola e trasmessi alla magistratura italiana; che il mandato di cattura era stato emesso anche a seguito di una perquisizione eseguita nello studio del legale e che lo stesso Lo Prete poteva essersi lasciata sfuggire qualche ammissione nell’interrogatorio reso dinanzi ai magistrati.

Anche a prescindere dal fatto che le informazioni diffuse erano coperte dal segreto istruttorio, esattamente l’articolo era stato ritenuto diffamatorio ed era stato escluso il corretto esercizio del diritto di cronaca, dacché il giornalista aveva riferito voci ed illazioni raccolte negli ambienti giudiziari, anticipando in parte il contenuto dei provvedimenti ancora non emessi e successivamente formulati, in concreto, con una valenza di minore rilevanza e gravita’ processuale, rispetto alle notizie fornite. A fronte del carattere diffamatorio dell’articolo, non assume rilevanza l’eventuale equilibrio e la generale obiettività del giornalista nella prospettazione della vicenda. L’autore non poteva, del resto, essere scusato neppure per essersi fidato di un dispaccio dell’A.N.S.A., senza controllarne la veridicità.

Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione il Sacchettoni e la società editrice del quotidiano, affidandosi a due motivi cui resiste, con controricorso, l’avv. Vitalone.

Diritto

1. – Col primo motivo i ricorrenti deducono – ex art. 360 n. 5 c.p.c. – difetto di motivazione per omessa valutazione di un punto decisivo, nonché illogicità della stessa.

Le due notizie principali contenute nell’articolo – entrambe rigorosamente vere erano costituite dall’emissione di un mandato di cattura nei confronti dell’avv. Vitalone ed il suo concorso nel reato di calunnia. Solo più avanti, ricordati i precedenti giudiziari dell’avv. Vitalone, vi si riferiva in qual modo l’interessato potesse aver concorso nella redazione dei memoriali anonimi, precisandosi che, secondo gli stessi magistrati, trattavasi di una mera ipotesi.

Nel suo contenuto effettivo l’articolo non travalicava, quindi, il limite della rigorosa verità. La Corte di merito non avrebbe considerato che: a) il mandato di cattura costituiva un evento realmente esistente sufficiente a giustificare l’articolo, nel legittimo esercizio del diritto di cronaca; b) non sussisteva l’affermata falsità, visto che comunque, nel quadro della vicenda, il mandato di cattura era stato effettivamente emesso; c) la valenza diffamatoria del testo era caduta del tutto a seguito di quanto successivamente accaduto; in alternativa, non poteva non convenirsi ch’era emersa solo attraverso gli ulteriori elementi acquisiti, considerati idonei ex se a determinarla, sulla cui effettiva rilevanza mancherebbe una analitica ed esauriente motivazione.

2. – Il difetto e l’illogicità della motivazione sono dedotti anche con il secondo motivo. Pur ritenendosi che l’articolo in questione avesse operato un collegamento tra il mandato di cattura già emesso e la vicenda degli esposti anonimi, la notizia sarebbe stata “soltanto parzialmente imprecisa”: esisteva, infatti, un mandato di cattura per il reato di calunnia, che sarebbe stato successivamente sostituito ed integrato con altro mandato, proprio con riferimento a quegli esposti anonimi, anche se, per quest’ultima accusa, l’avv. Vitalone aveva ricevuto solo una comunicazione giudiziaria.

Non ogni inesattezza, peraltro, comporta una diffamazione, il ragionamento della Corte sarebbe viziato per non aver tenuto conto: a) della veridicità del sostrato: b) del tono obiettivo ed equidistante dell’intero testo, che conteneva una semplice ed unica inesattezza; c) che il carattere diffamatorio di quell’inesattezza andava valutato nell’ambito delle circostanze obiettive riferite.

Erroneamente, invece, la Corte romana: a) avrebbe affermato che il riferire voci ed illazioni circolanti nell’ambiente giudiziario e riscontrabili nell’ambito di un procedimento, avesse carattere diffamatorio e l’irrilevanza dell’equilibrio dell’intero articolo (il quale, fra l’altro, riportava per esteso anche le dichiarazioni del sen. Claudio Vitalone, che scagionavano il fratello), risolvendosi in mera tautologia; b) avrebbe omesso di considerare che per i memoriali anonimi era effettivamente iniziato un procedimento penale, sicché non si trattava di sole “voci di corridoio”.

3. – I due motivi, in alcune parti ripetitivi, possono essere esaminati congiuntamente. Gli stessi sono destituiti di fondamento.

Questa Corte ha avuto modo di chiarire ripetutamente che “affinché la divulgazione a mezzo stampa di notizie lesive dell’onere possa considerarsi lecito esercizio del diritto di cronaca, devono ricorrere le seguenti condizioni: la verità della notizia pubblicata; l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto (cosiddetta pertinenza) e la correttezza formale dell’esposizione (cd. a continenza)”, precisando che “la condizione della verità formale della notizia comporta, come inevitabile corollario, l’obbligo del giornalista non solo di controllare l’attendibilità della fonte (non sussistendo fonti informative privilegiate), ma anche di accertare e di rispettare la verità sostanziale dei fatti oggetto della notizia; con la conseguenza che solo se tale obbligo sia stato scrupolosamente osservato, potrà essere utilmente invocata l’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca” (di recente: Cass. 5 maggio 1995, n. 4871; Cass. 7 febbraio 1996, n. 978; Cass. 16 settembre 1996, n. 8284).

La verità della notizia – oggettiva o anche soltanto putativa, perché, in questo caso, frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca e di controllo (in proposito, Cass. 7 febbraio 1996, n. 982) – costituisce, quindi, l’indispensabile presupposto – ricorrendo le altre condizioni – della sua divulgabilità, anche se lesiva dell’onere dell’interessato, nell’ambito dell’esercizio del diritto di cronaca costituzionalmente garantito.

Non ogni inesattezza del tutto secondaria o marginale è idonea, tuttavia, ad escludere il legittimo esercizio di tale diritto e ad attribuire alla notizia divulgata carattere diffamatorio, occorrendo che l’inesattezza incida sulla valenza diffamatoria, determinandola od aggravandola. La maggiore o minore gravità della diffamazione, nell’intero contesto delle notizie riferite e con riferimento all’equilibrio generale dell’articolo, assume rilevanza sull’entità del danno (sul quantum) e sulla sua liquidazione, ma non sulla natura diffamatoria dei fatti riferiti.

Poste queste necessarie premesse, i ricorrenti tendono sostanzialmente, mediante i motivi riassunti, e sotto l’apparente profilo della denuncia di vizi della motivazione, ad una rivalutazione degli elementi posti dalla Corte di merito a fondamento del proprio giudizio, inammissibile in questa sede.

Il ricorso dev’essere, pertanto, rigettato con la condanna dei ricorrenti, in solido, al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, e degli onorari, che si liquidano in complessive L. 5.000.000.

P.Q.M

LA CORTE

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, in L. 188.000, e degli onorari, che liquida in complessive L. 5.000.000.