7 aprile – 31 maggio 2000 Sentenza n.6424 della Corte Suprema di Cassazione, Sez. V Penale

image_pdfimage_print


7 APRILE – 31 MAGGIO 2000

SENTENZA n. 6424 DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, SEZIONE V PENALE


Sui ricorsi proposti l’11.9.1999 dall’avv. Giancarlo Mignanelli, difensore di AA; il 13.9.1999 dall’avv. Giorgio Angelozzi Gariboldi, difensore di BB ed il 27.9.1999 dal prof. avv. Enzo Musco,difensore di CC, avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma dell’1-12.7.1999.

Letti il ricorso e la sentenza impugnata.

Udita la relazione fatta dal consigliere dr. Paolo Antonio BRUNO.

Sentito il sostituto procuratore generale presso la Corte Suprema di Cassazione, nella persona del dr. Vito MONETTI, che ha chiesto il rigetto dei ricorsi.

Sentiti, altresì, l’avv. Gian Michele GENTILE, difensore della parte civile Ospedale XX e l’avv. Giampaolo FILIANI, difensore delle altre parti civili, che hanno chiesto il rigetto dei ricorsi; nonché l’avv. Nino MARAZZITA, difensore di AA ed il prof.avv. Enzo MUSCO, difensore di CC, che hanno invece concluso per l’accoglimento.

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Nel corso della trasmissione televisiva Punto di svolta, mandata in onda dall’emittente Retequattro nei giorni 16, 27 e 28 dicembre 1993,AA, già dipendente, in qualità di ostetrica, dell’Ospedale XX di Roma, profferiva espressioni gravemente offensive all’indirizzo del dr. DD, primario della II^ divisione di ostetricia dello stesso nosocomio, nonché del reparto da lui diretto e dell’intera USL RM4 di Roma.

In particolare, rispondendo alle domande rivoltegli da CC, conduttore del programma televisivo, AA affermava che, in seno all’anzidetto nosocomio, ed in particolare nei reparti maternità e neonatologia, si erano verificati gravissimi episodi, quali un traffico di neonati che venivano illecitamente affidati a terze persone previa sottrazione alle madri, ridotte all’incapacità mediante la somministrazione di massicce dosi di psicofarmaci e che tali illiceità erano imputabili, soprattutto, al primario dr.DD, che, a dire dell’intervistata, nell’anno 1992 era stato anche condannato dal pretore per associazione a delinquere di stampo mafioso. Dopo aver notato che “per queste vicende che ho vissuto, MM non é un criminale di fronte a quello che ha fatto DD”, soggiungeva che lo stesso sanitario aveva assunto due figlie, due generi e sono tutti associati”.

Nella successiva puntata del 27 dicembre, dichiarava poi che le indagini di polizia avevano accertato che DD consentiva alla figlia di prestare la propria opera in sala operatoria benché fosse ancora priva del diploma di laurea e pronunciava, inoltre, altre espressioni gravemente denigratorie all’indirizzo delle stesse figlie, per denunciarne l’assoluta inettitudine professionale.

L’episodio relativo al presunto racket di neonati aveva già costituito oggetto di un’intervista della stessa AA mandata in onda il 2.12.1993 nel corso del telegiornale della rete televisiva Canale Cinque, a cura della giornalista YY. E lo stesso tema era stato ripreso, il giorno successivo, in un articolo redazionale del quotidiano Il Tempo, sotto il titolo “Ecco come facevano impazzire le mamme”, che riportava altra intervista della stessa denunciante.

A seguito di tali gravi dichiarazioni, AA ed il conduttore CC,  erano tratti a giudizio, innanzi al Tribunale di Roma, per rispondere, in concorso tra loro, dei reati di diffamazione pluriaggravata, siccome commessi con l’uso di mezzo televisivo e mediante l’attribuzione di un fatto determinato, in danno dell’USL RM4, ed in particolare del personale medico e paramedico operante all’interno dell’Ospedale XX di Roma, del primario dr. DD, della figlia dr.ssa EE, di FF e GG, rispettivamente assistente e caposala presso il reparto di ginecologia ed ostetricia. In relazione agli stessi episodi era chiamato a rispondere anche HH, direttore della rete televisiva, con l’addebito di avere omesso di esercitare sulle anzidette trasmissioni il controllo che sarebbe stato necessario per impedire la diffamazione.

Con riferimento all’articolo redazionale, la stessa AA e BB, nella qualità di direttore responsabile del quotidiano Il Tempo, erano chiamati a rispondere del reato di diffamazione in danno degli stessi DD, FF e GG; il BB era imputato anche di omesso controllo sul contenuto dell’articolo in questione.

Quanto, infine, all’intervista televisiva resa al TG5, ancora la AA e YY erano chiamate a rispondere, in concorso tra loro, del delitto di diffamazione pluriaggravata, con uso di mezzo televisivo, in danno dei menzionati DD, FF e GG.

Con sentenza del 18.9.1998, il Tribunale dichiarava AA, CC, YY, HH e BB colpevoli dei reati loro ascritti, assorbita, quanto al BB, l’imputazione relativa all’omesso controllo sull’articolo nell’altra contestazione a suo carico, e riuniti i reati con il vincolo della continuazione e concesse le attenuanti generiche riconosciute equivalenti alle contestate aggravanti, li condannava alle pene pecuniarie ritenute di giustizia nonché al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, nei confronti delle costituite parti civili DD, ZZ, EE,omissis,FF, GG e Azienda Ospedaliera XX, concedendo altresì una provvisionale immediatamente esecutiva di £. 100.000.000 ciascuno in favore di DD  e della citata azienda ospedaliera, e di £. 50.000.000 ciascuno in favore delle altre parti civili.

Pronunciando sul gravame proposto nell’interesse di tutti gli imputati, con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di Appello di Roma, in parziale riforma dell’impugnata decisione, assolveva il HH dai reati ascrittigli con formula ampiamente liberatoria; riconosceva, quindi, al CC ed alla YY, il beneficio della non menzione ed alla AA anche la sospensione condizionale della pena e riduceva, infine, le provvisionali assegnate alle parti civili ZZ, EE, omissis  e GG nella misura di £. 20.000.000 ciascuno nonché quelle assegnate a omissis e FF nella misura di £. 10.000.000 ciascuno.

Avverso tale pronuncia propongono ora ricorso per cassazione i difensori di AA, BB e CC, deducendo distinti motivi d’impugnazione, in virtù dei quali reclamano l’annullamento della stessa decisione con ogni conseguenziale statuizione.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

I) 1 – Il primo motivo d’impugnazione proposto in favore di AA denuncia il vizio di motivazione sulla scorta dì molteplici profili che prospettano ora la mancanza o mera apparenza della motivazione ora il travisamento dei fatti.

1.1 – Il primo di tali profili investe l’impugnato provvedimento nella parte in cui nega la sussistenza dell’esimente prevista dall’art. 599, comma secondo, c.p., concernente la reazione all’altrui fatto ingiusto, che sarebbe rappresentato dal licenziamento, asseritamente illegittimo, che la stessa imputata avrebbe in precedenza subito.

In proposito, parte ricorrente si duole che il giudice di appello, con evidente travisamento delle risultanze di causa, abbia ritenuto che tale licenziamento, pur risalente al 1987, avesse trovato definitiva conferma in sede giurisdizionale, ove invece il provvedimento di destituzione, adottato dall’Azienda ospedaliera, era stato in realtà annullato dal CORECO per violazione di legge ed eccesso di potere, mentre il competente Tribunale Amministrativo Regionale, chiamato a pronunciarsi sulla legittimità della mancata reintegrazione della dipendente nel posto di lavoro, si era limitato ad una pregiudiziale dichiarazione di inammissibilità del ricorso proposto dalla stessa AA, in quanto tardivo.

Il rilievo é palesemente infondato, posto che i giudici del gravame hanno motivatamente escluso la ricorrenza della causa di non punibilità in questione, con argomentazioni che, anche al di là dell’erronea formulazione evidenziata dalla ricorrente, risultano sostanzialmente corrette e, come tali, si sottraggono ad ogni sorta di censura. In particolare, é formalmente ineccepibile l’affermazione in punto di fatto secondo la quale il licenziamento della AA è ben precedente alle dichiarazioni diffamatorie in questione.

Ai fini dell’operatività dell’esimente è, infatti, necessario che la reazione di chi diffami abbia luogo subito dopo, e dunque immediatamente. E se anche il concetto d’immediatezza non coincide con quello della contestualità, non può neppure intendersi in senso lato, dilatandosene i termini al punto da ricomprendere anche l’ipotesi dell’improvvisa esplosione di un rancore covato per un fatto pregresso, risalente, come nel caso dì specie, a circa sei anni prima. Ma anche ove fosse possibile ipotizzare che, pur risalendo il provvedimento di destituzione a molto tempo prima, soltanto l’esito definitivo delle impugnative giurisdizionali (peraltro, neppure temporalmente indicato) abbia potuto rinfocolare il risentimento della dipendente licenziata, non risulta comunque in processo – né la ricorrente lo assume – che il licenziamento dovuto a motivi disciplinari, fosse anche oggettivamente ingiusto, per obiettiva insussistenza degli addebiti, oltreché formalmente illegittimo perché non adottato nel rispetto delle forme regolamentari previste, e cioè senza il previo interessamento del Consiglio di disciplina, mentre é pur vero che il ricorso amministrativo, avverso il diniego di reintegrazione, non era stato accolto per cause imputabili alla stessa AA, e cioè per tardività. E, sul piano logico, tanto vale ad emarginare ancor più l’ipotesi che il risentimento dell’imputata fosse in qualche modo ricollegabile all’esito conclusivo delle vicende processuali di quel licenziamento.

1.2 – Il secondo profilo – concernente la pretesa anteriorità delle accuse della AA rispetto al provvedimento dì licenziamento – va disatteso in quanto relativo a censura di merito insindacabile in questa sede di legittimità. Sarà sufficiente solo considerare che la sentenza impugnata si riferiva alle specifiche accuse riguardanti il presunto racket di neonati e ad altre gravi illiceità e non anche alle precedenti denunce di ben altro tenore, riguardanti – a quanto pare – l’organizzazione, la pulizia e la funzionalità del servizio di ginecologia, che, a quanto pare, proprio per la ritenuta loro inconsistenza, sarebbero state alla base del provvedimento di destituzione della AA.

1.3 – E per identiche ragioni va considerato inammissibile il terzo profilo, riguardante i possibili riflessi dell’ipotizzata – ma indimostrata – anteriorità delle accuse sulla sussistenza dell’elemento soggettivo della diffamazione ovvero sull’operatività della scriminante.

1.4 – Non sussiste, inoltre, il denunciato vizio di illogicità motivazionale in ordine alla valutazione delle dichiarazioni testimoniali di JJ, nelle quali parte ricorrente riteneva di poter ravvisare un significativo riscontro alle sue affermazioni. Ed invero, a parte che la censura oggi dedotta sollecita un’inammissibile rilettura delle risultanze di causa e la verifica della loro rispondenza all’effettiva acquisizione probatoria, va ricordato il pacifico insegnamento di questa Corte di legittimità in ordine alla configurazione del vizio di illogicità manifesta, che, perché sia denunciabile in questa sede, deve essere evidente, e cioè di spessore tale da poter essere percepito ictu oculi, in quanto relativo a profili di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze (cfr. Cass. Sez. 4, 19.1.2000, n. 2298). Anche sul punto oggetto di censura, il contesto argomentativo che sorregge la decisione di merito risulta sicuramente logico e plausibile, nell’evidenziata ininfluenza dell’episodio riferito dalla teste, in quanto, pur nei suoi contorni non facilmente definibili (ma comunque relativi al fatto in sé, senza alcun riflesso sul contenuto delle accuse della AA, neppure in chiave putativa), risultava decisamente estraneo all’ipotesi del racket di neonati, siccome ritenuto con essa logicamente incompatibile, per le sue oggettive modalità. E la rilevata logicità, che, per quanto detto, sottrae l’argomento alle doglianze di parte ricorrente, resta certamente potenziata dalla considerazione espressa in sentenza in ordine all’assoluta infondatezza delle accuse della AA che, d’altronde, proprio per l’estrema gravità del loro contenuto, avrebbero avuto bisogno dì ben altre conferme.

2 – La seconda censura, afferente alla disconosciuta esistenza di esimenti giustificative, è inammissibile in quanto si traduce in censure in punto di fatto che esulano dall’ambito peculiare del giudizio di legittimità. Al riguardo, la pronuncia impugnata reca una motivazione giuridicamente ineccepibile, la cui sinteticità non ne pregiudica di certo l’adeguatezza, pur ribadendosi la già riconosciuta discrasia della parte riguardante la pretesa conferma del licenziamento ad opera del giudice amministrativo.

Non integra, peraltro, il prospettato difetto motivazionale l’omessa considerazione delle deduzioni difensive riguardanti la reclamata legittima difesa, anticipata, anche putativa ovvero lo stato di necessità, in quanto si trattava di prospettazioni logicamente incompatibili con le conclusioni della pronuncia oggi impugnata, oltreché sostanzialmente contraddittorie con la stessa ipotesi dell’esimente dì cui al comma secondo dell’art. 599 c.p. Non si riesce, infatti, ad intendere in che modo la AA potesse ragionevolmente pensare di difendere il proprio diritto al posto di lavoro, salvaguardando una legittima aspettativa alla reintegrazione, nelle more della pronuncia amministrativa, mediante fantasiose accuse di traffici illeciti che sarebbero stati commessi proprio in quel reparto in cui ambiva ritornare.

Attengono, infine a profili di merito, inapprezzabili in questa sede, anche gli ultimi argomenti della seconda doglianza, riguardanti la precaria condizione psicologica della AA, provata pure dalla scomparsa del proprio congiunto, oltreché dalla perdita del posto di lavoro.

3 – Identico giudizio conclusivo deve esprimersi anche in ordine al terzo motivo di ricorso, che ripropone, in parte, rilievi riguardanti il carattere putativo della dedotta scriminante, ai sensi dell’art. 59, comma quarto, c.p. Peraltro, nessuno degli argomenti prospettati é tale da porre in luce un profilo di macroscopica illogicità delle conclusioni cui sono pervenuti i giudici di merito, tenuto conto che non era emerso in processo che le accuse riguardanti il traffico di neonati fossero antecedenti al licenziamento e che la richiamata sentenza 21.10.1991 del Pretore di Roma, acquisita in atti, era anteriore di oltre due anni ai fatti in questione e riguardava il riconosciuto stato di esasperazione della donna, in relazione ad altre situazioni di fatto, in relazione ad una contestazione di oltraggio in danno di funzionari dell’amministrazione, per via della mancata risposta a richieste di colloquio e di copie di atti in ordine al procedimento disciplinare in corso a suo carico.

4 – Manifestamente infondato é il quarto motivo di ricorso riguardante l’omessa motivazione in ordine alla riferibilità soggettiva della diffamazione al personale operante nel reparto in questione. Dal testo del documento impugnato emerge, infatti, che l’individuazione dei soggetti passivi delle dichiarazioni diffamatorie é avvenuto sulla scorta del rilievo di fatto dell’agevole identificabilità del personale medico e paramedico operante all’interno dell’unità sanitaria pesantemente investita dai pur generalizzati riferimenti della donna. Ed il rilievo appare ineccepibile posto che la disinvolta indicazione di un reparto ospedaliero come struttura deputata al traffico di neonati coinvolge inevitabilmente, anche se di riflesso, l’intero personale che vi opera, pur non nominativamente indicato, sia perché senza il contributo positivo o la condotta omissiva o reticente dello stesso personale non sarebbe stato astrattamente praticabile l’ipotizzato mercimonio di neonati, sia perché il disdoro che investe un intero ambiente di lavoro non può che riverberarsi sulla reputazione di quanti vi sono addetti.

Certo, la mancata indicazione nominativa dei singoli dipendenti, poi costituitisi parti civili non può rimanere dato ininfluente ai fini della quantificazione dell’entità del danno risarcibile, e di tale circostanza non potrà non tener conto il competente giudice civile chiamato alla relativa determinazione.

5 – Destituito di fondamento é, poi, il quinto motivo di ricorso riguardante la pretesa insussistenza del delitto di diffamazione in ragione della presenza, al dibattito televisivo, della parte offesa, in persona del direttore generale dell’Azienda sanitaria, titolare, in ragione della sua carica, del potere di rappresentanza dello stesso Ente ospedaliero.

L’argomento, che richiama il quesito di diritto della necessità o meno di un apposito provvedimento autorizzatorio di quel potere di rappresentanza, é infatti del tutto inconferente in quanto dal testo della sentenza impugnata risulta che la persona intervenuta non aveva la qualifica di direttore generale, bensì quella ben diversa di direttore sanitario, a parte che l’intervento, peraltro dichiaratamente a titolo personale, si é avuto soltanto in una delle tre trasmissioni interessate.

6 – Inammissibile, poi, é il sesto motivo di ricorso, relativo alla disposta revoca della sospensione della provvisoria esecuzione della provvisionale, che era stata concessa con ordinanza collegiale del 26.5.1999.

Le statuizioni in tema di provvisionale, ed a maggior ragione quelle relative alla relativa esecutorietà, sono insindacabili in sede di legittimità in quanto costituiscono espressione di mero apprezzamento discrezionale e non abbisognano neppure di particolare motivazione.

D’altronde, l’eventuale sussistenza di una ragione di danno grave ed irreparabile (neanche adombrato in questa sede), conseguente al ripristino dell’esecutività ex lege della condanna al pagamento della provvisionale, ai sensi dell’art. 540, comma secondo, avrebbe ben potuto essere dedotta in via interlocutoria, nelle more della decisione del presente ricorso, nelle forme di cui all’art. 612 c.p.p.

Resta da dire che devono essere disattese le argomentazioni rese oralmente dal nuovo difensore della AA, avv. Marazzita, in quanto afferenti a profili di censura che esulavano dal contenuto del ricorso e, dunque, dal tema di cognizione devoluto a questa Suprema Corte. Sarebbe stato, in ogni caso, agevole replicare che l’imputata non é stata mai in grado di indicare alcun significativo elemento di conferma delle sue gravissime accuse, che peraltro sono rimaste prive di riscontro probatorio in tutte le sedi di verifica (amministrativa e giudiziaria) alle quali sono state sottoposte.

II) 1 – Il primo motivo del ricorso proposto nell’interesse di CC denuncia l’erronea applicazione dell’art. 110 c.p., per insussistenza di elementi idonei a comprovare la partecipazione concorsuale del conduttore televisivo – ove sia da ritenere che la sentenza impugnata si sia limitata a recepire acriticamente gli argomenti dei primi giudici – ovvero il difetto assoluto di motivazione, nell’ipotesi contraria, sotto il diverso profilo della mancata indicazione dei successivi passaggi dell’iter logico seguito dalla Corte territoriale per giungere alla pronuncia di condanna.

Come é evidente, la censura involge il delicato problema dei limiti della penale responsabilità del conduttore televisivo, in relazione ad interviste che siano state occasione, di espressioni oggettivamente diffamatorie in danno di terzi (cfr., sul tema dell’intervista televisiva, Cass. sez. V, 21.2.2000, n. 1936).

Al riguardo, i giudici di appello hanno ritenuto che, anche con riferimento all’intervista, sia essa giornalistica che televisiva, operano i consueti criteri della verità, dell’interesse sociale e della continenza che, notoriamente, rappresentano i parametri che delimitano l’ambito del diritto di cronaca idoneo a costituire scriminante del delitto di diffamazione.

Dal testo complessivo del documento impugnato, integrato per quanto di ragione con gli argomenti espunti dalla sentenza di primo grado, ai quali, peraltro, viene fatto espresso rinvio, emerge che la responsabilità del conduttore é stata affermata non solo sul rilievo della mancata dissociazione dalle affermazioni diffamatorie dell’intervistata o dall’omesso contenimento della sua carica platealmente aggressiva e denigratoria, ma soprattutto di averne incoraggiato lo sfogo anche attraverso i ripetuti inviti alle trasmissioni, a distanza di oltre dieci giorni dalla prima puntata, e dunque dopo un lasso di tempo più che sufficiente per verificare la credibilità del personaggio e la veridicità di quanto aveva dichiarato, peraltro già in altri sedi (interviste giornalistiche del 2 e 3.12.1993).

La base motivazionale così enucleata é da reputare certamente congrua e sufficiente nella direzione del ritenuto concorso del CC nel reato di diffamazione attribuito alla AA, anche se reclama alcune puntualizzazioni.

Ed invero, l’operatività dei limiti del diritto di cronaca, e segnatamente della verità della notizia riferita, non può che risentire della peculiarità del mezzo di comunicazione, che, nella trasmissione televisiva, si caratterizza ovviamente per immediatezza e contestualità di divulgazione e che, proprio per tali connotati, non consente, come é ovvio, la preventiva verifica della veridicità del fatto riferito. Sennonché, i tratti differenziali, rispetto alla diffusione a mezzo stampa, si attenuano sensibilmente alla luce della ben nota prassi del previo concerto tra persona da intervistare e conduttore televisivo sugli argomenti da trattare e sullo sviluppo tematico delle domande e delle risposte, sino a dissolversi del tutto nell’ipotesi di programmi registrati, in cui la praticabilità della verifica ha la stessa potenziale ampiezza rispetto alla pubblicazione dell’intervista giornalistica. Il limite della verità (inteso come adempimento dell’onere di controllo) potrebbe, dunque, non essere operante – salvi restando gli altri due parametri dell’interesse sociale e della continenza – soltanto in interviste occasionali raccolte in diretta televisiva ovvero in estemporanee e non programmate sortite dell’intervistato, relativamente alle quali il conduttore non abbia in alcun modo assunto un atteggiamento di distaccata neutralità.

Nella fattispecie in esame si trattava, invece, di ripetute trasmissioni televisive, susseguitesi a distanza di giorni l’una dall’altra, alle quali era chiamata a partecipare una stessa persona su un tema sensazionale (un racket di neonati in uno dei maggiori ospedali della Capitale), che aveva già costituito oggetto di interviste a quotidiani e che, proprio per tali ragioni (precedente divulgazione ed apprezzabile intervallo temporale tra le trasmissioni), avrebbe certamente potuto costituire oggetto delle più opportune verifiche anche in ordine all’attendibilità soggettiva della fonte d’informazione. D’altro canto, il contenuto clamorosamente grave della notizia, oggettivamente capace di pregiudizievoli riflessi sull’immagine di un’intera struttura ospedaliera e sull’onorabilità del personale addetto, era sicuramente tale da reclamare il più alto livello di attenzione. Ed una volta che la notizia fosse stata comunque raccolta, con ogni più opportuna cautela, e quindi divulgata, in ossequio all’ineludibile dovere di informazione e di denuncia che costituisce uno dei momenti più qualificanti dell’attività giornalistica, la relativa informazione – ove ritenuta verosimile – avrebbe dovuto essere poi veicolata nelle sedi competenti (proprie dell’autorità giudiziaria e non certo di uno studio televisivo) o – in ipotesi contraria – subito liquidata siccome ascrivibile ad uno stato di mera esasperazione ovvero a spirito di rivalsa personale, se non piuttosto ad una condizione di labilità psicologica.

Certo, é lecito anche pensare che per determinate trasmissioni televisive la verità della notizia possa talora rappresentare un mero accessorio, privilegiandosi in esse anche per l’assillo degli indici di ascolto – piuttosto la spettacolarizzazione di notizie già in sé sensazionali, di facile presa sul pubblico dei telespettatori, specie su argomenti di sicuro impatto emotivo (quale quello della malasanità). E del resto, nell’assai vasto panorama di trasmissioni che oggi caratterizza i palinsesti di emittenti pubbliche e private può anche esserci spazio per programmi in cui si diffondano notizie non sempre adeguatamente collaudate nei loro esatti contenuti, se non addirittura accortamente manipolate sì da acuirne il tasso di sensazionalismo, restando poi all’utente televisivo il giudizio sul livello di affidabilità del l’informazione e, prima ancora, la libertà di scegliere i programmi che meglio si adattino al suo livello culturale od alle sue aspettative. Nondimeno, devono – sempre e comunque -essere rispettati i limiti della continenza, a tutela dell’onorabilità e della reputazione di terzi: limiti che, invece, sono stati abbondantemente superati nel caso di specie, quale che fosse il livello di affidabilità del programma televisivo in questione.

2-3 – Manifestamente infondati sono poi il secondo e terzo motivo di ricorso, riguardanti il preteso difetto di motivazione in ordine all’elemento psicologico del reato che, a dire del ricorrente, sarebbe stato indebitamente desunto, dall’asserita non-verità della notizia. Il tessuto motivazionale dà conto, pur se per implicito, del profilo psicologico consistente nella piena consapevolezza del CC di ledere l’altrui reputazione, plausibilmente tratta dal carattere reiterato delle accuse, dalle modalità della loro formulazione, dall’agevole possibilità di verifica che nessun riscontro le stesse avevano avuto in alcuna sede giudiziaria o amministrativa che fosse.

Non può, del resto, ritenersi fondato il rilievo riguardante la mancata risposta alle censure che, sul punto, erano state espresse nei motivi di gravame, in quanto l’obbligo della motivazione deve reputarsi assolto con l’espressione di un impianto argomentativo logicamente incompatibile con le diverse prospettazioni difensive, senza necessità di una compiuta ed analitica confutazione di tutti gli argomenti contrari.

4 – Il quarto motivo di ricorso attiene alla configurabilità della scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca; reclamata sul presupposto dell’erroneità dell’affermazione dei giudici di merito, a dire dei quali costituirebbero notizie-evento, secondo la terminologia usata da una recente pronuncia di legittimità espressamente richiamata, soltanto le notizie provenienti da una categoria di soggetti qualificati, in ragione dei particolari incarichi istituzionali ricoperti. Anche nel caso di specie sì sarebbe trattato, infatti, di una notizia-evento per il clamore che già aveva sollevato e l’indubbio interesse sociale che si riconnetteva alla sua diffusione e rispetto a tale evento la posizione del CC sarebbe stata quella di terzo osservatore dei fatti.

La censura é inammissibile in quanto attiene ad insindacabili apprezzamenti di fatto. Ed invero, i giudici di merito hanno motivatamente escluso, proprio sulla falsariga dell’anzidetto orientamento giurisprudenziale, che le dichiarazioni della AA – la cui qualità di dipendente del reparto ospedaliero interessato non era comunque tale da conferirle alcuna patente di credibilità – costituissero, per contenuto e modalità di estrinsecazione, quell’evento che rende esente da responsabilità il giornalista che abbia assunto l’asettica prospettiva del terzo osservatore dei fatti. E di conseguenza hanno coerentemente escluso la sussistenza della scriminante in questione.

Va, peraltro, rilevato che la prospettazione difensiva si muove, comprensibilmente, da un’angolazione assai limitata, trascurando del tutto gli ulteriori aspetti della vicenda sostanziale, relativi ai gratuiti attacchi diffamatori ad personam che la AA ha mosso al primario DD, anche al di là del clamoroso episodio del traffico di neonati, tacciandolo ora di associato per delinquere ora di favoritismi in favore delle figlie e dei generi, oltre agli addebiti specifici d’incapacità professionale rivolti alle stesse figlie, una delle quali, peraltro, non aveva mai prestato attività lavorativa alle dipendenze dell’azienda ospedaliera.

5 – E’, invece, fondato il quinto motivo afferente alla denunciata erroneità di applicazione della norma di cui all’art. 30 della L. 6.8.1990, n. 223, con riferimento, in particolare, all’affermazione dei giudici di merito secondo cui CC avrebbe avuto il controllo della trasmissione e sarebbe stato, dunque, uno dei soggetti qualificati ai quali si riferisce la speciale disciplina in oggetto.

Ed invero, l’argomentazione della Corte territoriale secondo la quale CC sarebbe stato non solo il conduttore della trasmissione Punto di svolta, ma anche l’ideatore ed il responsabile primo della stessa, spettando solo a lui decidere il contenuto della trasmissione e quali persone invitarvi, non vale certo ad attribuirgli la particolare qualità presupposta dalla speciale norma incriminatrice. Come é fatto palese dal combinato disposto del primo e quarto comma della disposizione in parola, i soggetti considerati si identificano soltanto nel concessionario privato, nella concessionaria pubblica ovvero nella persona da loro delegata al controllo della trasmissione, e non anche nella persona che concretamente commetta la diffamazione, sicché a quest’ultima non può che applicarsi la disciplina ordinaria. E’ ben evidente, d’altronde, come siano logicamente e concettualmente incompatibili la qualità di controllore (il soggetto preposto) e quella di controllato (il conduttore televisivo).

Per quanto riguarda, infine, l’ultimo motivo d’impugnazione, quello relativo all’individuabilità delle persone offese, valgono ovviamente le stesse ragioni addotte a sostegno del rigetto di identica censura sollevata dalla AA, con riferimento anche alla segnalata rilevanza che la mancata indicazione nominativa dei soggetti passivi non può non assumere sul terreno della concreta quantificazione del danno da risarcire.

III) – Il primo motivo del ricorso proposto da BB denuncia il difetto motivazionale in ordine alla contestata diffamazione, di cui era stata ritenuta l’esistenza nonostante la genericità delle accuse della AA, che non si riferivano a persone determinate. Il secondo motivo invoca, invece, l’esimente putativa dell’esercizio del diritto di cronaca, segnalando per un verso che la notizia era stata prospettata con la dovuta cautela, o comunque in termini tali da fare cogliere al lettore che si trattava di verità soggettive dell’intervistata e, per altro verso, che si trattava di notizia di sicuro interesse pubblico, resa da persona che per la sua qualità – in quanto ex dipendente della struttura sanitaria – offriva una qualche garanzia di attendibilità.

Le ragioni di doglianza così puntualizzate introducono ad un altro tema di particolare delicatezza, riguardante la diversa fattispecie dell’intervista pubblicata sulla stampa. Si tratta, infatti, del problema interpretativo della definizione dei limiti della penale responsabilità del giornalista in relazione al contenuto di un’intervista che integri, di per sé, il reato di diffamazione. Su specifici profili di tale tematica si sono registrate conclusioni non sempre concordanti nella giurisprudenza di questa Sezione, con particolare riferimento all’ipotesi in cui il contenuto dell’intervista si sostanzi in meri giudizi o apprezzamenti critici del l’intervistato (cfr. Cass. sez. V, 25.1.1999, n. 935; e più diffusamente, id. 22.4.1999, n. 548, per la corresponsabilità del giornalista in caso di valutazioni critiche gratuitamente offensive; cfr., invece, per la soluzione contraria, id. 23.2.2000, n. 2179). Tale aspetto esula, però, dall’ambito di cognizione del presente ricorso, che riguarda invece la diversa ipotesi della divulgazione di un fatto determinato e di un’accusa palesemente falsa, relativamente alla quale é invece unanime l’interpretazione giurisprudenziale in ordine alla responsabilità dell’intervistatore, sul riflesso del mancato adempimento dell’obbligo di vagliare la veridicità di quanto riferito dall’intervistato. E, nella fattispecie in esame, la colpevolezza dell’imputato é stata correttamente affermata sulla base di tali principi di diritto, con il corredo, peraltro, di una motivazione sicuramente congrua ed esauriente.

Del pari ineccepibile deve ritenersi, poi, il mancato riconoscimento dell’esimente putativa del diritto di cronaca, ai sensi dell’art. 59, comma primo, c.p., non risultando che il cronista abbia assolto all’onere di controllare accuratamente e con la dovuta diligenza la notizia, sì da ritenere ragionevolmente scusabile l’errore in cui é incorso (cfr., tra le altre, Cass. sez V, 31.1.2000, n. 1013).

All’assoluta mancanza di riscontro in ordine all’assolvimento dei minimali doveri di diligenza e di prudenza nella verifica della rispondenza al vero della sensazionale notizia pubblicata non può supplire il mero riferimento alle qualità personali della stessa intervistata, in quanto, come si é già osservato, la mera condizione di ex ostetrica della struttura ospedaliera non attribuiva, di per sé, alcun particolare credito alla dichiarante, sì da dispensare l’intervistatore da un minimo di controllo su quanto da lei narrato. Né, d’altronde, può condividersi l’argomento difensivo che allude al modo asseritamente distaccato e neutrale con il quale la notizia é stata offerta ai lettori, essendo sufficiente a dimostrare il contrario la mera considerazione del titolo (Ecco come facevano impazzire le mamme), la cui formulazione implica inequivoca adesione allo spirito dell’intervista nonché capziosa prospettazione, in chiave di certezza, del suo contenuto. E poiché si tratta di articolo redazionale anche la configurazione del titolo é fatto imputabile al direttore responsabile del quotidiano.

Entrambe le ragioni di censure sono, pertanto, destituite di fondamento.

4. – Per tutto quanto precede, i ricorsi della AA e del BB devono essere rigettati, mentre va accolto, nei limiti di cui in dispositivo, il ricorso proposto dal CC, con conseguenziali statuizioni di legge.

P.Q.M.

Annulla l’impugnata sentenza senza rinvio nei confronti di AA limitatamente all’aggravante di cui al comma quarto dell’art. 30 della L. n. 223/90 che esclude. Rinvia per la rideterminazione della pena ad altra sezione della Corte di Appello di Roma.

Rigetta il ricorso del CC nel resto. Dichiara compensate le spese tra le costituite parti civili ed il CC.

Rigetta il ricorso di AA e BB che condanna al pagamento in solido delle spese del procedimento ed alla rifusione in solido delle spese di parte civile che liquida 1 in favore dell’Azienda Ospedaliera XX, in lire duemilionicentoquarantamila, di cui lire 2.000.000 per onorario, ed in favore di DD, ZZ, EE, omissis, che liquida in complessive lire quattromilioniquarantamila, di cui lire 4.000.000 per onorario.

 

Così deciso, in Roma, nella camera di consiglio del 7.4.2000.