7 marzo 1995 Sentenza n. 79/95 del TAR Trentino Alto Adige, Sede di Trento

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7 MARZO 1995

SENTENZA N. 79/95 DEL TAR TRENTINO ALTO ADIGE – SEDE DI TRENTO

Pres.: Scognamiglio

Est.: Castiello

Parti: Soc. Radio Star 103 MHZ c. Ministero PP.TT.

Diritto – I. Nell’impugnato decreto il diniego di concessione è motivato sulla base di un unico presupposto, costituito dalla condanna riportata dal sig. Francesco Arcidiacono, socio dell’emittente, a pena detentiva per delitto non colposo (Pret. Rovereto 26 novembre 1970, inflittiva della pena della reclusione per quindici giorni e della multa per lire trentamila).

Dagli atti di causa risulta che il predetto Sig. Arcidiacono ha conseguito la riabilitazione per effetto dell’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Trento n. 976 in data 3 ottobre 1994.

Secondo la ricorrente, la riabilitazione, intervenuta nelle more del presente giudizio, avrebbe eliso la condizione ostativa in discussione rendendo illegittimo il diniego di concessione impugnato.

Sennonché, come fondatamente eccepisce l’avvocatura dello Stato, l’esistenza di condanne penali è un fatto che deve essere storicamente accertato rispetto a un determinato momento, che è quello della presentazione dell’istanza, indipendentemente dalla sopravvenienza di provvedimenti riabilitativi.

La riabilitazione è stata concessa in data 3 ottobre 1994, laddove la l. 6 agosto 1990 n. 223, nel consentire all’art. 32, 1°

comma, l’autorizzazione provvisoria a proseguire nell’esercizio degli impianti di radiodiffusione, grava gli interessati dell’onere di presentazione della domanda di concessione entro sessanta giorni dalla sua entrata in vigore sul presupposto dell’ esistenza al momento dei requisiti richiesti.

Sono parimenti infondate e non possono essere condivise le censure fondate sulla pretesa violazione degli artt. 18 e 19 l. 7 agosto 1990 n. 241.

Il primo di detti articoli impone all’amministrazione di accertare d’ufficio stati e qualità attestati in documenti che siano già in suo possesso ed è propriamente quanto avvenuto nel caso di specie, avendo il ministero resistente acquisito d’ufficio il certificato del casellario giudiziario riguardante il sig. Francesco Arcidiacono.

Del pari, non è fondata la doglianza avente ad oggetto la disapplicazione dell’art. 19 l. 241/90, stante che l’ambito di operatività della norma si esaurisce in coincidenza con le attività suscettibili di essere intraprese sulla base della semplice denunzia di attività (c.d. denunzia legittimante), sostituendo l’”autoamministrazione” degli interessati al provvedimento permissivo dell’amministrazione, senza riferirsi ad attività esperibili in regime di concessione sul presupposto di domande da presentare entro termini perentori com’è, al contrario, nel caso di specie.

II. – E’ invece fondata la censura dedotta col primo mezzo di gravame con cui la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 6 l. 7 agosto 1990 n. 241, sotto il profilo che l’amministrazione resistente non ha provveduto a intrattenerla sulla esistenza dell’impedimento al rilascio della concessione costituito dalla riferita sentenza di condanna di uno dei soci, così da consentirne la rimozione degli effetti con tempestivo provvedimento riabilitativo (che è poi intervenuto – come si è visto – a pochi mesi di distanza).

Tale iniziativa da parte dell’amministrazione adíta – come non senza fondamento deduce ancora la ricorrente – si imponeva anche in considerazione delle incertezze e delle difficoltà interpretative suscitate dalla normazione di settore, tutt’altro che lineare e perspicua, che l’hanno indotta incolpevolmente ad omettere la tempestiva regolarizzazione della posizione del socio Francesco Arcidiacono avvenuta poi successivamente, ancora pendente il ricorso, nel menzionato provvedimento riabilitativo in data 3 ottobre 1994.

Ed invero, l’acquisizione d’ufficio del certificato del casellario giudiziario, lungi dal mettere capo a una scelta collaborativa con la parte privata del procedimento, ai fini della rimozione dell’impedimento nascente da un precedente penale tanto remoto quanto di modesto rilievo, si è risolta nella determinazione sostanzialmente sanzionatoria della quale il ricorrente fondatamente si duole.

L’art. 6 l. 241/90, lett. b), attribuisce al “responsabile del procedimento” una variegata gamma di poteri che vanno dall’accertamento d’ufficio dei fatti, disponendo il compimento degli atti all’uopo necessari, alla richiesta di dichiarazioni, alla rettifica di dichiarazioni o istanze erronee od incomplete, all’esperimento di accertamenti tecnici e di ispezioni, all’ordine di esibizioni documentali.

Poteri, questi, che la dottrina non esita a definire “doveri primari”, evidenziandone l’aspetto funzionale, vale a dire il vincolo di scopo rispetto agli obiettivi di efficienza dell’azione amministrativa e di realizzazione di un’amministrazione paritaria: obiettivi fatti propri dalla l. 241/90 come dimostrano – tra le più significative disposizioni – quelle rispettivamente contenute negli art. 1 e 11. Poteri che vanno considerati, in definitiva, nel contesto di “un nuovo modo di concepire i rapporti fra pubblica amministrazione e cittadini e del nuovo assetto che a detti rapporti dovrebbe essere conferito nel quadro completo della riforma del procedimento” (relazione del pres. cons. min. alla camera dei deputati sul d.d.l. n. 1919 del 19 novembre 1987).

III. – Il responsabile del procedimento non è solamente come una lettura superficiale e asistematica dei compiti elencati nell’art. 6 l. 241/90 potrebbe lasciar intendere – il soggetto che pone in essere atti istruttori, ma è colui cui fa capo l’istruttoria globalmente intesa in una prospettiva di ampia collaborazione con i privati, dove l’ampiezza si radica nel carattere ufficioso dell’istruttoria amministrativa, per questo assai più libera dell’istruttoria giudiziaria, incontrando in pratica un unico limite nell’eccesso di potere.

Il responsabile del procedimento in sostanza può e deve cooperare con il privato ponendolo in condizione di rimuovere difetti, irregolarità, incompletezze, impedimenti presenti nell’istanza che, se non eliminati o corretti, ne renderebbero l’iniziativa inefficace in quanto priva dei requisiti di legittimazione o delle condizioni di ammissibilità.

Né a diverso risultato interpretativo può condurre la considerazione della più ridotta formula utilizzata nell’art. 6, lett. b), rispetto a quella proposta con lo schema di d.d.l. redatto dalla commissione Nigro, che all’art. 2, lett. b), attribuiva al responsabile del procedimento, in aggiunta al potere di disporre degli atti istruttori, anche quello di assumere “le altre iniziative necessarie” per l’adeguato svolgimento dell’istruttoria. Ed invero la espressione è apparsa ridondante rispetto a quella – comune ai due testi – attributiva del potere di adottare “ogni misura” finalizzata al suddetto obiettivo.

In ogni caso, al di là delle specifiche clausole contenute nella norma in discorso, è determinante l’intentio legis di concorrere a istituire un nuovo modo di considerare i rapporti tra cittadini ed amministrazione, secondo il quale le strutture e le attività amministrative sono strumenti al servizio dei primi, piuttosto che luoghi di mera gestione del potere, facendo della nuova legge sul procedimento e sulla trasparenza un “nucleo di rilievo nella evoluzione del diritto e del costume amministrativo”.

IV. – Il collegio ha presente la giurisprudenza in materia di concorsi a pubblico impiego e di contatti ad evidenza pubblica ad avviso della quale è in potere dell’amministrazione di chiedere la regolarizzazione della documentazione ma non di sollecitare l’integrazione di dichiarazioni carenti. Sennonché tale orientamento, formatosi antecedentemente al varo della l. 241/90 ed in un contesto di tendenziale favore per l’amministrazione e di ridotta considerazione delle ragioni del cittadino, non regge più nel mutato quadro di rapporti al quale concorrono non soltanto le regole dettate dall’art. 6 ma la portata complessiva della l. n. 241, le cui disposizioni di principio, come testualmente definite dall’art. 29, “costituiscono principi generali dell’ordinamento giuridico”, nel senso di norme poste deliberatamente dal legislatore al vertice dell’ordinamento, con il compito di indirizzare l’interpretazione, l’applicazione e lo sviluppo del diritto positivo: quindi, col valore di mezzi di esegesi del diritto vigente e di strumenti di produzione normativa al tempo stesso.

Ed il valore dei principi contenuti nella legge stessa trova espressa conferma nella prescrizione (parimenti oggetto dell’art.29) che ad essi attribuisce una tale forza da imporsi alla stessa potestà legislativa esclusiva delle regioni ad autonomia speciale col conseguente corollario della loro non disattivabilità sulla base di normative e di interpretazioni precedenti, espressione di scelte e di indirizzi diversi.

L’adunanza generale del Consiglio di Stato (par. 17 febbraio 1987, n. 7) ha avuto modo di sottolineare infatti come la qualificazione dei “principi generali dell’ordinamento giuridico” dettata dall’art. 29 corrisponde realmente alla sostanza delle disposizioni recate dalla l. n. 241 “le quali tendono, effettivamente, ad offrire direttive e principi di carattere fondamentale per l’ordinamento giuridico nel suo complesso”.

V. – In questo nuovo contesto il rigorismo seguito dall’amministrazione non può essere condiviso e non trova giustificazione nella par condicio alla quale è frequente il richiamo in dottrina e nella giurisprudenza come limite alla discrezionalità, che si troverebbe esposta, in caso di sua inosservanza, alla censura di eccesso di potere.

La condizione medesima non manca, infatti, di essere rispettata se l’amministrazione, assumendo a canone comportamentale effettivo e costante il principio di cooperazione col privato, manifesti la propria disponibilità in modo imparziale nei confronti dei vari interessati, alla regolarizzazione ed integrazione delle domande presentate e della documentazione esibita a corredo.

Per le esposte considerazioni il gravame merita di essere accolto e per l’effetto dev’essere annullato l’impugnato provvedimento.