Relazione dell’avv. Marco Rossignoli, presidente Aer e Coordinatore delegato del Coordinamento Aer-Anti-Corallo in occasione del Convegno “Disegno di legge 1138, nuove concessioni, trasmissioni digitali: radio e tv locali protagoniste della comunicazione” svoltosi a Vicenza il 13 aprile 2000 presso il COM 2000

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RELAZIONE DELL’AVV. MARCO ROSSIGNOLI, PRESIDENTE AER E COORDINATORE DELEGATO DEL COORDINAMENTO AER-ANTI-CORALLO IN OCCASIONE DEL CONVEGNO  “DISEGNO DI LEGGE 1138, NUOVE CONCESSIONI, TRASMISSIONI DIGITALI: RADIO E TV LOCALI PROTAGONISTE DELLA COMUNICAZIONE” SVOLTOSI A VICENZA IL 13 APRILE 2000 PRESSO IL COM 2000

 

Ringrazio tutti gli intervenuti.
Come ha detto Berrini questo è un incontro che, cogliendo l’occasione dell’edizione di COM 2000, ci permette di incontrare tutte le imprese radiofoniche e televisive di Aer, Anti e Corallo delle regioni del Veneto, Friuli, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Lombardia.
Questo incontro viene a distanza di pochi giorni dal convegno nazionale che abbiamo organizzato a Roma presso la sede della Confcommercio, a cui il Coordinamento Aer-Anti-Corallo ha recentemente aderito per sviluppare più ampie capacità organizzative complessive della nostra federazione.
I temi che sono sul tappeto, e che oggi vogliamo illustrare e portare all’attenzione di tutte le nostre imprese, sono tantissimi. Si tratta dei temi del titolo del convegno, ma ce ne sono anche altri sui quali mi vorrei soffermare, perché sono molto importanti e di estrema attualità.
Siamo in un momento molto delicato del settore radiotelevisivo locale, perché le scelte che gli editori dovranno operare saranno sicuramente decisive per tutto il destino delle nostre imprese per i prossimi dieci anni. È importate, quindi, che l’approccio su queste problematiche sia particolarmente attento e scrupoloso.
Mi riferisco nell’immediatezza a quelli che sono i temi del dibattito quotidiano, e cioè il Disegno di Legge 1138 sulla riforma complessiva del sistema, mi riferisco alla problematica del rilascio delle nuove concessioni televisive, per le quali c’è già una scadenza fissata al 30 giugno, e radiofoniche, per le quali esistono delle scadenze più incerte come il 30 novembre 2000 per l’emanazione del piano delle frequenze radiofoniche e del 31 maggio del prossimo anno per il rilascio delle nuove concessioni. Mi riferisco poi al problema del passaggio alla tecnologia digitale da parte delle imprese televisive e radiofoniche locali, oltre che a tutta una serie di altri problemi non meno importanti come quelli derivanti dalla recente emanazione del piano nazionale di ripartizione delle frequenze da non confondere dal piano di assegnazione. Il piano di ripartizione, infatti, è il documento con il quale vengono attribuite, ai vari servizi di telecomunicazione, le diverse porzioni dello spettro radioelettrico e il nuovo testo di questo piano è stato emanato il 28 febbraio di quest’anno e al suo interno ci sono tutta una serie di problematiche delicate sia per quanto riguarda le imprese radiofoniche sia per quanto riguarda le imprese televisive.Mi riferisco poi anche al problema dei limiti di campo elettromagnetico sui quali è necessario assolutamente dare delle risposte da parte degli operatori perché la situazione sta diventando dilagante con un allarmismo che è stato generato dalla stampa e da tutta una serie di interventi normativi che stanno generando ordinanze di Sindaci e di Regioni a tappeto sull’intero territorio nazionale e che causano problematiche di ogni genere che voi tutti conoscete.
Esaminiamo adesso organicamente tutti questi temi.
Innanzitutto bisogna fare una premessa.
Andare oggi al rilascio delle nuove concessioni sulla base del piano dell’assegnazione delle frequenze analogiche (piano che per il comparto televisivo è stato fatto, rifatto e rifatto per tre volte con risultati sempre modesti, perché gli spazi rimangono sempre limitati) combinato con un meccanismo della graduatoria (meccanismo analogo a quello già sperimentato nel 1992) è sicuramente anacronistico. Dico che è anacronistico perché abbiamo un Disegno di Legge, il 1138, che è all’esame dell’VIII Commissione permanente del Senato dove pare che il dibattito parlamentare debba essere vitalizzato, anche se sulle sorti di questo disegno di legge incombono tante incognite come il risultato delle elezioni regionali di questa domenica che avranno una incidenza profonda sulle scelte politiche del nostro Paese.
Siamo in presenza di un Disegno di Legge che dovrà riformare complessivamente il settore radiotelevisivo e, per quanto ci riguarda specificamente, il settore radiotelevisivo locale e che dovrà porre anche le nuove regole per il passaggio dalla tecnologia analogica (sistema attuale di trasmissione) alla tecnologia digitale.
Oggi passare al rilascio delle concessioni basandosi su questo sistema non ha nessun senso perché si dovrebbero dare delle nuove concessioni per cinque anni sulla base di vecchie regole quando, le nuove regole dovrebbero essere scritte nel giro di qualche mese. A tutti, quindi, è evidente la distonia di questa situazione.
Se le concessioni venissero rilasciate sulla base dell’attuale iter procedimentale, definito dalle Leggi 78/99 e 5/2000, tutti coloro che le otterrebbero sarebbero costretti a modificare con enormi investimenti tutti gli impianti per adeguarli al piano delle frequenze per poi doverli subito dopo nuovamente modificare per adeguarli alla tecnica digitale.
Il rilascio delle concessioni basato sul piano delle frequenze, per le trasmissioni in analogico, verrebbe completamente azzerato e la maggior parte degli impiant dovrebbe essere allocata su nuovi siti previsti dal uovo piano di assegnazione delle frequenze con conseguente vanificazione di tutti gli investimenti che le imprese hanno operato in questi anni operati in maniera assolutamente legittima sulla base della legislazione vigente.
L’attuazione del piano delle frequenze, anziché portare vantaggi per l’utenza, causerebbe anche a quest’ultima oneri e disagi in quanto gli spostamenti degli impianti per adeguarsi al piano porterebbero alla modifica delle antenne di ricezione, relativi orientamenti e sintonizzazioni dei ricevitori.
Pensate che in alcune zone come, ad esempio, il Lazio o il Friuli si renderà necessario un intervento quasi per ogni utente in quanto il piano in queste regioni modifica la maggior parte dei siti di trasmissione ridisegnando quasi completamente la mappa delle postazioni di emissione. E’ evidente, quindi, che gli antennisti operanti in questi territori impiegheranno anni per adeguare l’utenza al nuovo piano con la conseguenza che a medio tempo molto utenti finirebbero per non ricevere più i programmi televisivi.
Queste circostanze che qui diciamo non sono frutto di argomentazioni di tipo allarmistico perché sono dei ragionamenti e delle considerazioni che la stessa Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha affermato nell’ambito della propria relazione illustrativa al piano delle frequenze nel 30 ottobre 1998 che vi voglio leggere perché è significativa.
L’Autorità ha affermato testualmente in un passaggio della sua relazione: “Nel corso di molti anni un gran numero di soggetti ha investito energie e risorse, spesso in misura ingente, per costruire postazioni, attivare impianti, occupare e scambiare canali. Questa circostanza potrà determinare, nell’attuazione del piano, difficoltà quali la svalutazione degli immobilizzi di capitali effettuati nel corso degli anni da parte degli operatori che dovranno ricostruirli in luoghi e forme diverse, complicazioni nel coordinare un mutamento dell’assetto radioelettrico che coinvolge un gran numero di siti di impianti, necessità di coinvolgere i consumatori che devono sintonizzare i propri apparecchi riceventi e in molti casi riorientare le antenne”.
A questi problemi si aggiunge poi quello del tipo di sistema che il piano delle frequenze televisive ha, alla fine, disegnato.
Tutti questi ragionamenti che sto facendo per il comparto televisivo hanno una stessa logica per quanto riguarda il comparto radiofonico per cui tutte queste cose che si sono verificate e tutte queste critiche che noi andiamo a illustrare per la televisione seguiranno anche per le imprese radiofoniche proprio perché il numero delle emittenti radiofoniche è più elevato e poi la mancanza di canalizzazione preventiva comporterà, se si dovesse andare al piano delle frequenze radiofoniche nei termini del 30 novembre, a conseguenze anche peggiori per le l’emittenza radiofonica locale.
Vincere in qualche modo la battaglia televisiva è fondamentale, quindi, anche per bloccare la strada a soluzioni di questo genere anche per quanto riguarda il comparto radiofonico.
Il piano televisivo delle frequenze disegna un sistema televisivo locale completamente polverizzato in una miriade di tante piccolissime emittenti relegate ai margini del settore, incapaci di competere sul mercato oppure in alternativa un sistema di emittenti di dimensione più ampia, ma drasticamente ridotte nel numero rispetto all’attuale.
Noi abbiamo denunciato in questi anni che questo piano non era uno strumento tecnico per un corretto uso dell’etere, ma diveniva uno strumento politico per ridurre drasticamente gli spazi per l’emittenza televisiva locale.
Coloro che hanno rivitalizzato il concetto di un piano delle frequenze astratto, dopo venti anni di attività delle imprese, erano quelli che sostenevano che il piano era lo strumento necessario per ridurre il numero delle imprese. In pratica volevano sottrarre canali alle imprese televisive locali per poi darli ad altri soggetti come le reti televisive nazionale che non hanno coperture analoghe alla reti RAI e MEDIASET e il tutto nell’obiettivo del riequilibrio delle risorse.
Questo che vi ho descritto è il come è nato il piano delle frequenze.
Strada facendo, di fronte alla forte contestazione che è nata a seguito della presa di posizione di Aer, Anti e Corallo (il piano delle frequenze di primo livello prevedeva 2922 impianti per le imprese televisive locali contro gli 8600/8700 impianti attualmente in esercizio), si è andati necessariamente al piano di secondo livello che ha recuperato molte risorse, ma ha anche lasciato completamente sprovviste di copertura tutta una serie di zone fra le più importanti d’Italia (Emilia Romagna al di fuori di Bologna e Forlì, in Veneto Vicenza e Rovigo e molte province della Lombardia e del Piemonte).
A questo punto si è reso necessario andare alla terza integrazione del piano la quale non ha introdotto molte risorse aggiuntive. Il numero di canali previsto dal piano di terzo livello, infatti, è di poco superiore ai canali previsti dal piano di secondo livello. In realtà sono state adottate solo delle misure di distribuzione di questi canali un pochino diverse nell’obiettivo di cercare di recuperare spazi proprio in queste zone che abbiamo detto. Questo obiettivo, però, se in qualche misura viene apparentemente raggiunto in realtà non viene raggiunto per niente, perché per servire quelle zone dove non c‘erano canali non sono stati messi sul tappeto del piano nuovi canali, ma sono stati utilizzati canali di altre zone. Siamo, quindi, in presenza della classica coperta troppo corta che quando la si tira da una parte scopre qualche cosa e se la si tira dall’altra parte scopre qualcosa d’altro: questo è un meccanismo che non può certo funzionare.
Anche gli spazi per le emittenti regionali televisivi sono fortemente ridotti rispetto alla situazione attuale perché, a fronte di circa 180 emittenti fra regionali e pluriregionali oggi operanti, potranno tenere la concessione solo 126 emittenti con copertura di una sola regione.
Quando oggi si parla di emittenza regionale si intendono emittenti che coprano almeno una regione o parti di più regioni mentre quando si parla di emittenza regionale riferendosi al piano delle frequenze si intendono soggetti che rigorosamente serviranno solo l’ambito regionale senza sconfinare nemmeno con una provincia in un altro ambito regionale.
Pertanto, circa 60 emittenti regionali sono destinate a chiudere o ad essere fortemente ridimensionate.
Una diversa soluzione comporterebbe una forte riduzione degli spazi per le emittenti provinciali, perché se si vogliono recuperare spazi per l’emittenza ragionale bisogna massacrare le emittenze provinciali.
Di fronte a queste considerazioni noi abbiamo organizzato il convegno del 22 marzo a Roma dove abbiamo chiesto pubblicamente al Governo e alle forze politiche di soprassedere nel rilascio di nuove concessioni televisive secondo l’attuale meccanismo procedimentale e di attendere l’emanazione del Disegno di Legge 1138 procedendo poi al riassetto del sistema sulla base delle nuove regole.
Da parte del Governo, e specificatamente da parte del Ministero della Comunicazione, non c’è l’intendimento di accogliere queste nostre richieste e parrebbe che ci sia l’intenzione di andare fino in fondo rispettando la data del 30 giugno. Dico questo usando il verbo condizionale perché fino a qualche giorno fa queste affermazioni sembravano certe perché erano stati messi in essere tutti i procedimenti per arrivare all’emanazione del disciplinare di gara.
Il disciplinare di gara è quel documento regolamentare che deve essere emanato dal Ministero delle Comunicazioni in base al quale vengono stabilite le modalità di presentazione delle domande di concessione, vengono indicato in concreto i documenti da produrre esplicitando quello che viene già indicato dal regolamento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e vengono fissati i punteggi che verranno attribuiti ai vari criteri per la redazione delle graduatorie. Su questo abbiamo avuto una serie di incontri con il Ministero delle Comunicazioni, abbiamo avuto una riunione con la Commissione per il Riordino del Sistema Radiotelevisivo presso il Ministero di cui facciamo parte come Aer, Anti e Corallo e abbiamo avuto degli incontri con il Sottosegretario Vita, dove ci è stata sottoposta anche una bozza del disciplinare sul quale abbiamo espresso le nostre valutazioni.
Questo disciplinare, secondo come si era profilata la situazione nei giorni scorsi, doveva già essere stato emanato anche se la Legge prevede come termine ultimo per la sua emanazione il 31 marzo. Sono, quindi, ad oggi decorsi già 13 giorni senza che il disciplinare sia stato emanato. Il Ministero dice che lo emanerà, anche se in ritardo, ma ancora non è stato emanato ed noi non riusciamo a capire se verrà emanato nell’arco di qualche giorno o se, invece, la situazione potrebbe scivolare oltre.
È fortemente inaccettabile che non sia stato rispettato il termine del 31 marzo, perché questo termine significava che le imprese avevano tre mesi di tempo per presentare la domanda di concessione conoscendo cosa dovevano produrre in allegato e sapendo anche le modalità di formazione delle graduatorie. Oggi i giorni di tempo, invece, non sono più 90, perché siamo già arrivati a 77 e fra una settimana saremo a 70 e così via.
Ci sono documentazioni che il regolamento dell’Autorità non esplicita cosa siano esattamente. Quando, cioè, il regolamento dell’Autorità parla di sviluppo economico/finanziario adeguatamente documentato per tutto l’arco di durata della concessione certamente occorre un’esplicitazione regolamentare per dire che cosa è un piano di massima adeguatamente documentato. Il termine “di massima” e il termine “adeguatamente documentato” messi vicino rendono, infatti, l’idea della contraddittorietà dei due termini.
Il patrimonio netto di 300 milioni deve essere documentato e attesto dagli organi competenti, ma chi sono gli organi competenti? Non c’è nessun organo competente ad attestare un patrimonio netto.
Se poi si affianca l’esigenza che l’attestazione deve essere non anteriore di quattro mesi voi capite bene che anche le società che depositano il bilancio in Tribunale certamente non potranno mai ottenere dal registro Imprese un’attestazione che accerti il versamento di un bilancio con un patrimonio netto di data non anteriore a quattro mesi quando l’ultimo bilancio depositato è quello del 31.12.98 o 31.12.99 visto che i termini per la presentazione di questo bilancio non sono ancora scaduti e scadano per alcune imprese il 30 aprile e per la maggior parte il 30 giugno.
Chi fa, allora, queste attestazioni? Il collegio sindacale?
Per le società che legittimamente operavano non come srl, spa o cooperative per cui non tenute al deposito del bilancio come le snc, sas o imprese individuali come potranno mai produrre una attestazione di questo genere visto che il bilancio al Registro Imprese non l’hanno mai depositato legittimamente?
Questi sono tutta una serie di problemi che il disciplinare deve risolvere e che in bozza sono indicati perché sono problemi che noi abbiamo posto e per i quali abbiamo preteso che venissero formulate delle soluzioni in modo che sia chiaro cosa uno deve produrre.
Il disciplinare è un documento delicatissimo non solo per risolvere la questione dei documenti da produrre, ma per risolvere le modalità con cui le graduatorie dovranno essere redatte.
I criteri per le graduatorie sono già stati stabiliti dall’Autorità che ha identificato quattro aree e cioè qualità dei programmi, occupazione, piano di sviluppo dell’impresa ed esperienza maturata nel settore. Questo sono le quattro aree sulle quali si articoleranno le graduatorie e sulle quali non è possibile discutere perché sono già previste da una normativa precedente.
Il disciplinare deve intervenire dicendo cosa si intende per esperienza maturata nel settore e quanti punti si attribuiscono a questa esperienza, quanti punti si attribuiscono all’occupazione e quanti punti si attribuiscono la piano di impresa e quanto si attribuisce alla qualità dei programmi.
Esistono due problemi fondamentali dai quali si determina tutto l’andamento delle graduatorie, e cioè se si vuole scegliere una strada di valorizzazione dell’esistente oppure se si vuole scegliere una strada di aprire il mercato a nuovi soggetti.
Nel settore della televisione nazionale è prevalsa questa scelta di creare nuove reti, perché non si può non contrastare due poli come RAI e MEDIASET, anche se poi in realtà RAI e MEDIASET continuano ad avere tre reti televisive nazionali e nessuno gliele toglie.
Si è arrivati all’assurdità che in graduatoria hanno ottenuto la concessione soggetti come una televisione che si chiama Europa Sette che non può trasmettere, perché non ha i canali di trasmissione.
Come ha ottenuto la concessione Europa Sette? Sulla base non di requisiti attualmente esistenti (patrimonio, fatturato, dipendenti, anni di esistenza, esperienza maturata nel settore), ma sulla base di impegni futuri (impegno a fare certi programmi, impegno ad assumere tot persone nell’arco di cinque anni, impegno a fare certi investimenti nell’arco di cinque anni e così via). Voi capite bene che questi impegni, però, possono anche non venire rispettati, per cui che cosa succederà? Su questo punto la legge tace, per cui uno può intascare la concessione e poi probabilmente non la perderà in nessun caso.
Noi riteniamo che nel settore televisivo locale, data la peculiarità del sistema, non si possa prescindere dall’esistente, per cui riteniamo che debba essere fortemente valorizzata l’esperienza esistente. La calibrazione dei punteggi, quindi, dovrebbe avvenire con una preponderanza assoluta dell’esistente rispetto agli impegni futuri. Gli impegni futuri, purtroppo, non possono essere eliminati dal disciplinare perché li prevede la normativa superiore, ma in ogni caso il disciplinare può intervenire in maniera significativa dando pochissimi punti all’esperienza futura e dando tantissimi punti all’esperienza pregressa.
Questa è una richiesta che noi abbiamo avanzato e per la quale abbiamo colto all’inizio un po’ di resistenza, Successivamente, però, ci sembra che ci sia stata un po’ di disponibilità da parte del Ministero. In concreto, comunque, si tratta di vedere come verrà realizzata perché bisognerà vedere per l’esperienza quali saranno i punteggi che verranno adottati.
Per esperienza pregressa si intende far riferimento ai fatturati degli ultimi anni, alle autoproduzioni degli ultimi anni e alla quantità/qualità dei programmi trasmessi negli ultimi anni. Naturalmente bisognerà vedere anche per quanti anni perché le prime bozze di disciplinare parlavano dell’ultimo anno soltanto mentre occorrono più anni indietro.
L’altro aspetto importante che è emerso sul disciplinare è che l’esperienza pregressa, che viene salvaguardata, deve essere salvaguardata con riferimento al territorio dove uno ha maturato questa esperienza. Questo è il nodo fondamentale di tutta la problematica, perché se non si crea una correlazione fra il territorio e l’esperienza accadrà che il sistema verrà completamente disintegrato.
Perché dico questo?
Facciamo un esempio.
Una emittente di Milano, che ha 50/60 dipendenti, 10 miliardi di patrimonio netto e fattura 20 miliardi l’anno di pubblicità negli ultimi tre anni e che non serve il Veneto, decide di presentare domanda di concessione anche per il Veneto. Ebbene, se si permette nella logica della graduatoria di utilizzare i 50 dipendenti, i 20 miliardi di fatturato e i 10 miliardi di patrimonio netto non solo in Lombardia ma anche nel Veneto, nel Veneto nessuno prenderà la concessione. Questa è la situazione.
Se una emittente del Veneto, che ha 20 dipendenti e 10 miliardi di fatturatosi, presenta domanda di concessione anche per il Friuli Venezia Giulia vuol dire che nessuna emittente del Friuli prenderà la concessione. E così via.
In realtà, quindi, i dipendenti devono essere valutati con riferimento al territorio in cui operano. Se una emittente di Milano con 50 dipendenti ha una sede distaccata a Padova con 5 dipendenti è giusto che nella graduatoria del Veneto vengano considerati i 5 dipendenti mentre non sarebbe giusto che venissero conteggiati i 50 dipendenti.
Questa osservazione che noi abbiamo fatto al Ministero ha trovato, in un primo momento, una resistenza feroce e non so il perché dato che spesso in queste discussioni non prevale mai la verità piena e gli interlocutori non esplicitano mai ciò che realmente pensano per cui si deve sempre andare ad intuire la loro posizione politica e confrontarla. Certamente, però, non so dire se la gravità di questa cosa non era stata compresa oppure se c’era una qualche volontà diversa. Certo è, però, che se questa non viene colta sicuramente si andrà a quelle conseguenze devastanti di cui abbiamo parlato. Una emittente di Bologna, ad esempio, non prenderà mai una concessione a Bologna perché potrà subire l’ingerenza di una emittente di Milano e riuscirà magari a prenderla ad Ancona per cui dovrà trasferirsi. Questo sarebbero, quindi, le conseguenze.
Su questo punto la discussione è stata molto accesa e in un primo momento abbiamo ottenuto delle risposte molto negative mentre nei giorni successivi c’è stata una specie di marcia indietro per cui anche la Direzione Generale del Ministero ha detto di aver colto il problema. Dovremo adesso vedere in concreto quello che accadrà realmente perché tutte le componenti che si muovono in questo settore sono tante per cui si potrà valutare realmente la situazione solo quando il disciplinare sarà emanato.
Noi riteniamo che, se il disciplinare ritardasse ulteriormente, inevitabilmente si dovrà pretendere che il termine per il rilascio delle concessioni venga ulteriormente prorogato per ripristinare quel criterio di giustizia previsto dalla legge e cioè i tre mesi di tempo per presentare le domande.
Se il Ministero si vuole assumere a tutti i costi la responsabilità politica e storica di voler mandare avanti fino in fondo questo progetto deve, comunque, rispettare le regole per cui questo ulteriore ritardo sarebbe inaccettabile.
Il contenuto del disciplinare deve essere orientato verso questi indicatori perché diversamente un comparto di 600/650 imprese avrebbe delle conseguenze devastanti e clamorosamente quelli che verrebbero maggiormente penalizzati sarebbero le imprese più grandi con maggiore struttura organizzativa, che hanno fatto maggiori investimenti, che hanno dato maggiore occupazione, che hanno maggiore fatturato e maggiore patrimonio.
Il Disegno di Legge 1138 giace in Senato da oltre un anno e ci sono stati molti falsi allarmi in ordine alla partenza effettiva del dibattito parlamentare. Qualche settimana fa sembrava che effettivamente il dibattito avesse inizio mentre poi c’è stato un ulteriore freno.
Voi sapete che il Disegno di Legge contiene, oltre alla riforma dell’emittenza locale, anche una serie di altre norme che sono dei nodi molto importanti come il passaggio alla tecnologia digitale, i limiti di affollamento pubblicitario delle reti televisive nazionali e la riforma della RAI (privatizzazione sì o privatizzazione no della RAI).
È chiaro che su questi ultimi temi (affollamenti pubblicitari nazionali e riforma della RAI) c’è uno scontro in atto molto acceso fra maggioranza e opposizione e sono anche difformi le vedute all’interno delle diverse componenti della maggioranza tali che hanno fino ad ora frenato il dibattito.
Noi abbiamo più volte lanciato l’idea di stralciare le norme relative all’emittenza locale per passare almeno alla riforma del nostro comparto.
L’impianto complessivo del Disegno di Legge, così come era stato formulato originariamente, è abbastanza condivisibile anche se necessitava di modifiche ed integrazioni. Era stato, infatti, frutto di un dibattito abbastanza costruttivo e trasparente con la maggioranza e con il Governo.
L’elemento negativo, però, è che adesso in questa ripresa dei lavori parlamentari tra gli emendamenti forti presentati dal Governo dobbiamo riscontrare una forte delusione per il nostro comparto perché vengono introdotti una serie di elementi che vanno a limitare fortemente la portata della riforma e soprattutto non introducono delle norme certe e chiare per il passaggio al digitale per l’emittenza locale al pari dell’emittenza nazionale.
Noi pensavamo che le vecchie attuali regole si sarebbero modificate con l’introduzione delle nuove regole da parte del Disegno di Legge 1138, mentre in realtà la situazione si è un po’ rovesciata, perché così è rimasto per il comparto radiofonico (con la creazione di una contraddizione normativa) mentre per il comparto televisivo, nel tentativo di voler affermare la giustezza dell’iter procedimentale attuale, si è andati a dire che sarà il Disegno di Legge che si dovrà adeguare all’attuale normativa e non il contrario. Si sono, quindi, rovesciati i termini del ragionamento.
Le concessioni televisive commerciali sono distinte fra concessioni con obblighi di informazione e senza obblighi di informazioni e per quelle con obblighi di informazione era previsto che di dovessero fare almeno due ore di informazione nelle ore comprese fra le 7 e le 23 per tutti giorni dell’anno. Il Disegno di Legge 1138, invece, introduce un’ora autoprodotta fra le 7 e le 23, ma non per tutti i 365 giorni dell’anno bensì almeno per cinque giorni alla settimana o in alternativa 120 giorni a semestre.
Diversamente, invece, il concetto di quotidiano attuale dell’Autorità è tutti i 365 giorni all’anno di informazione tranne per i telegiornali dove rimarrebbero i cinque giorni alla settimana o in alternativa i 120 giorni a semestre.
C’è, quindi, un peggioramento complessivo del quadro normativo e questo anche sull’emittenza no profit dove si erano introdotti degli elementi caratterizzatori certi di distinzione dell’ambiguità fra l’emittenza commerciale e quella no profit. Le modifiche normative (in questo casso senza un reale intento politico, ma con delle conseguenza derivanti solo dall’erroneità di come la nuova norma è stata imposta), però, portano a delle incertezze sul mantenimento o meno di quel 5% di pubblicità per l’emittenza no profit laddove, invece, la distinzione è importante per eliminare una grave struttura del nostro sistema.
Il punto nodale, che ci sta più a cuore e sul quale voglio anche richiamare la vostra attenzione, è quello della mancanza di norme di garantire un effettivo passaggio alla tecnologia digitale per le imprese radiofoniche e televisive locali.
L’aspetto dell’innovazione tecnologica è un aspetto importantissimo, perché probabilmente l’emittenza locale rischia di rimanere fortemente penalizzata ed emarginata dal mercato dopo il passaggio alla tecnica digitale.
Oggi si fa un gran parlare di tecnica digitale e c’è chi fa anche una grande demagogia per varie ragioni (propagandismo politico, vendita di impianti futuri) dicendo che si avrà solo da guadagnare con la tecnologia digitale. Questi ragionamenti sono veri sotto certi profili, ma quello che non è vero è che il passaggio alla trasmissione digitale da parte di un soggetto che trasmette in analogico avvenga con un mero automatismo. In realtà, riguardo alla possibilità di accesso alla tecnologia digitale per l’emittenza locale le regole, così come sono state scritte nel Disegno di Legge 1138 e così come si sta discutendo nel Comitato per il Digitale in Italia presso l’Autorità per le Garanzie nella Comunicazione (di cui noi facciamo parte insieme al Ministero della Comunicazione, al Ministero della Ricerca Scientifica, alla Fondazione Bordoni, alla RAI, a Mediaset, Telepiù, Streem, ecc.) finiranno per costituire un imbuto strozzante per le emittenti locali.
Questo è un aspetto molto importante e quando oggi si parla della sperimentazione digitale si tende a sorridere perché in realtà a livello radiofonico non c’è nulla da sperimentare perché la tecnologia esiste e i trasmettitori ci sono, per cui basta installarli ed accenderli. A livello televisivo, invece, la situazione è diversa perché i trasmettitori ci sono, ma devono ancora essere definiti gli standard di trasmissione che si vogliono adottare.
Dico questo per farvi capire che il problema non è di natura tecnica, ma è di natura profondamente politica per cui noi dobbiamo riuscire ad affermare delle regole che non escludano l’emittenza locale al passaggio al digitale, ma che anzi favoriscano il passaggio al digitale dell’emittenza locale con la stessa dignità e con le stesse opportunità dell’emittenza nazionale. Se non riusciremo a fare questo nell’arco di alcuni anni l’emittenza locale rimarrà tagliata fuori. Si arriverà, quindi, in una situazione come quando è nata la FM e la AM ha continuato ad esistere senza che nessuno più la ascolti.
Voi sapete che i trasmettitori digitali sono diversi, per loro natura, da quelli analogici perché un trasmettitore analogico trasmette un programma, per cui un’impresa che vuole trasmettere acquista un trasmettitore e trasmette il suo programma. IL trasmettitore digitale, invece, trasmette più programmi simultaneamente (in Italia si sta parlando di quattro diversi programmi televisivi per ogni trasmettitore e di sei diversi programmi radiofonici). Sarà anche possibile che il trasmettitore trasmetta dei segnali di servizio per fare quelle trasmissioni di servizio come il televideo.
E’ evidente che a livello televisivo o radiofonico nazionale, lo sviluppo di una rete digitale da Milano fino a Palermo è abbastanza semplice perché l’obiettivo è sempre quello di trasmettere sull’intero territorio nazionale mentre per l’emittenza locale il problema è diverso perché ogni emittente ha una copertura territoriale diversa.
Per passare al digitale si dice che prima bisogna fare la sperimentazione, poi passare alla trasmissione simultanea in tecnica analogica e in tecnica digitale e successivamente si passerà alla trasmissione definitiva in tecnica digitale. Nella fase sperimentale, quindi, dovrà essere possibile la realizzazione di trasmissioni da parte anche di soggetti che coprono solo parzialmente aree coincidenti. In pratica se tre o quattro emittenti che coprono Vicenza si vogliono mettere d’accordo per fare una sperimentazione non è che devono farla per forza a Treviso, a Padova e a Verona perché a quel punto non riuscirebbero più a mettersi d’accordo.
Questo è fondamentale perché altrimenti non si riuscirà ad arrivare ad una situazione in cui la sperimentazione possa essere effettivamente fatta.
Il Disegno di Legge prevede che questa sperimentazione possa essere fatto solo attraverso consorzi per cui questo costringerebbe le emittenti locali ad aggregarsi attraverso strutture abbastanza complesse. Noi riteniamo, invece, che dovrebbero essere favorite, almeno nella fase iniziale, delle strutture più snelle come dei semplici accordi negoziali. Questo permetterebbe a soggetti che magari sono in concorrenza fra loro di legare troppo le loro sorti anche perché non è corretto che le sorti di un’impresa debbano essere condizionanti per quelle di un’altra impresa.
C’è poi il problema che se si mettono d’accordo più imprese, che non hanno sede nello stesso posto, per realizzare una struttura consortile o di intesa si dovranno strutturare delle reti di convogliamento del segnale in un unico centro di servizi dal quale partirà tutta la struttura di trasmissione. La realizzazione di questo centro servizi comporterà una sede, dei locali presidiati e del personale addetto al centro servizi, per cui una struttura abbastanza complessa che comporta l’esigenza di una sperimentazione di rapporti fra le imprese affinché diventino compatibili fra di loro per poter operare in questo senso.
Noi abbiamo fatto una serie di richieste ed innanzitutto abbiamo chiesto che la sperimentazione possa avvenire per parti limitate dell’attuale bacino servito perché questo favorirebbe la possibilità di aggregazione delle emittenti. Abbiamo poi chiesto che queste sperimentazioni avvengano anche tramite intese e non solo tramite consorzi. Abbiamo chiesto per terzo anche che la trasmissione non debba necessariamente avvenire attraverso consorzi o strutture di proprietà delle emittenti, ma che possa avvenire anche attraverso Carrier e cioè strutture che installano impianti nel territorio nazionale e li mettono a disposizione delle imprese. Ovviamente per realizzare questo sistema sono necessari due paletti preventivi fondamentali. Il primo paletto è che non ci sia un Carrier monopolista, perché devono esistere un certo numero di Carrier che operino in un regime di concorrenza. Il secondo paletto fondamentale è che il Carrier non deve poter svolgere attività editoriale, per cui non deve essere a sua volta soggetto radiofonico o televisivo.
A queste condizioni il sistema del Carrier misto con il sistema di installazione consortile o di intesa potrebbe portare a dei risultati di accesso per le imprese.
Il Carrier è fondamentale anche per la flessibilità delle strutture di rete dell’emittenza locale, perché la trasmissione digitale può avvenire in due modi e cioè con il sistema SFN (frequenza unica di trasmissione sull’intero territorio servito) o con il sistema MFN (frequenze diverse sul territorio complessivamente servito).
Il sistema SFN è un sistema per cui uno deve avere una struttura di rete esattamente coincidente con il suo partner altrimenti non si riescono a realizzare quelle combinazioni che sono fondamentali per la flessibilità delle emittenti locali.
L’altro sistema, invece, si coniuga bene anche con la prospettiva di un sistema gestito attraverso Carrier.
Questi sono gli aspetti fondamentali sui quali noi ci stiamo battendo ed è importante in questa fase l’impegno di tutti.
Non serve adesso per forza unirsi e installare un trasmettitore per dimostrare che si fa la sperimentazione, perché, nella maggior parte dei casi, chi vi propone questo fa della demagogia oppure vuole vendere un trasmettitore.
Mentre per il DVD c’è un forte interesse da parte dei principali soggetti del sistema (RAI e MEDIASET) a dare sviluppo massimo alla trasmissione digitale, per cui il DVD decollerà sicuramente, per quanto riguarda il DAB siamo in presenza di una situazione assolutamente stagnante e incerta.
La RAI, in base all’ultimo contratto di servizio con lo Stato, ha l’obbligo di installare reti DAB, di fare la sperimentazione e di fare da Carrier a chi volesse eventualmente sperimentazioni private, ma ha detto chiaramente che non intende investire sul DAB, perché è un sistema nato morto. Queste sono state le parole dell’amministratore della struttura RAI, proprietaria di tutti gli impianti di trasmissione della RAI, secondo cui questo sistema è destinato a non avere nessuno sviluppo, anche perché non esistono ricevitori domestici in commercio per la tecnologia DAB mentre quelli veicolari non si trovano e costano troppo.
Il disegno strategico delineato dall’Autorità nel Comitato Sistemi Digitali in Italia è di liberare i canali analogici attraverso il piano delle frequenze.
Oggi, secondo il nuovo disegno politico, il piano delle frequenze deve servire per eliminare un po’ di televisioni locali e per eliminare un po’ di canali utilizzati in analogico. Questi canali poi si dovrebbero prendere per utilizzarli per le trasmissioni sperimentali digitali televisive.
Adesso si sta un po’ abbandonando l’idea originaria di effettuare un sistema rigido sui canali 66-67-68 e sul canale 9 utilizzando una tecnica leopardo sui canali che si rendono disponibili. Dopo di che, quando il digitale televisivo si sarà affermato, a quel punto, siccome si potrà trasmettere su un unico canale anche in quattro, le televisioni saranno di meno e i canali saranno di più per cui si libereranno nuove risorse che potrebbero essere utilizzate per le trasmissioni digitali radiofoniche. Il sistema radiofonico digitale, quindi, è relegato a dover iniziare tutto il suo iter dopo tutto il percorso, piuttosto complesso, di quello televisivo.
Questo è sostanzialmente il disegno più o meno dichiarato documentalmente.
Le nostre considerazioni ci portano ad affermare che bisogna stare attenti alle nuove tecnologie, all’importanza di studiare i problemi e di contribuire alla realizzazione delle condizioni effettive per il passaggio alle nuove tecnologie, e questo è fondamentale per la sopravvivenza di molte televisioni locali. Per quanto riguarda l’emittenza radiofonica si tratterà di vedere quello che succederà in base alle scelte complessive che verranno fatto a livello politico ed anche alle scelte che farà la RAI.
Sicuramente non vi fate attrarre diversamente da discorsi “sirene” di prospettive fantasiose che di volta in volta vi potranno essere prospettati per motivi diversi. Dobbiamo, infatti, rimanere molto con i piedi per terra e lavorare perché effettivamente anche questo passaggio venga gestito in maniera corretta per quanto riguarda l’emittenza locale.
Detto questo ci sono ancora tre spunti da considerare su tre argomenti diversi che è importante all’attenzione di tutti.
Il primo è la questione della pubblicità delle pubbliche amministrazioni.
Sapete che ci sono delle norme di legge che prevedono che alle emittenti locali siano riservate delle quote di pubblicità pubblica, ma questa è una normativa che non ha mai trovato grossa applicazione. Negli ultimi anni, però, a cominciato un po’ a decollare soprattutto in determinate aree.
Recentemente è accaduto che, mentre nel Disegno di Legge 1138 vengono previste norme per dare maggiore impulso a questi investimenti di pubblicità pubblica, allo stesso tempo il Disegno di Legge sulla comunicazione pubblica (già approvato dalla Camera dei Deputati) abroga le norme relative alle quote di pubblicità pubblica riservate per l’emittenza locale. Non vengono, però, abrogate le analoghe misure per la carta stampata dalla legge sull’editoria.
Su questo noi abbiamo avuto iniziative molto intense, abbiamo denunciato questa cosa in tutte le sedi, la abbiamo posta anche nella piattaforma delle nostre rivendicazioni nel convegno del 22 marzo e abbiamo avuto contatti con tutti i senatori della Prima Commissione Affari Istituzionali del Senato che è competente ad esaminare il Disegno di Legge. Abbiamo chiesto in pratica che venisse soppressa questa abrogazione introdotta nel testo approvato dalla Camera dei Deputati.
Devo dire che al riguardo abbiamo ottenuto un certo riscontro sia da parte del Governo, che si è pubblicamente impegnato a rivedere la norma, sia da parte di diversi senatori di maggioranza e di opposizione che hanno presentato diversi emendamenti.
Nei prossimi giorni noi intensificheremo tutte le nostre iniziative perché l’obiettivo è quello che il Senato sopprima questa abrogazione e rispedisca il testo alla Camera per l’approvazione definitiva.
Come Aer-Anti-Corallo nei prossimi giorni invieremo una circolare a tutte le imprese associate in cui, oltre a illustrare in maniera più dettagliata queste cose che ho appena detto, chiederemo di intervenire direttamente anche nei confronti dei senatori che sono stati eletti nelle zone dove operano le emittenti perché vengano sensibilizzati a intervenire per la soppressione di questa abrogazione.
Uno degli altri due problemi importanti è il nuovo piano di ripartizione delle frequenze previsto dal Decreto Ministeriale 28 febbraio 2000. Avrete letto qualcosa in proposito sul teleradio fax. In pratica, il Ministero delle Comunicazioni ha emanato il 28 febbraio 2000 il nuovo piano di ripartizione che sostituisce il Decreto Ministeriale del 31 gennaio 1983 e tutte le successive modificazioni che si sono sviluppate negli anni.
Il piano di ripartizione delle frequenze ha l’obiettivo di suddividere, tra i vari utilizzatori, le varie porzioni di spettro radioelettrico.
Per quanto riguarda il comparto radiofonico, quindi, prevede l’utilizzazione della banda 87.5 108 Mhz per la radiodiffusione sonora, con tutta una serie di limitazioni in ordine alla compatibilità con la Banda adiacente superiore e per quanto riguarda la sottobanda 104 108 Mhz di cui deve essere verificata la compatibilità con la soprabanda superiore a 108 Mhz con i servizi di radionavigazione aeronautica.
Per quanto riguarda il comparto televisivo, invece, prevede la possibilità di utilizzare la porzione di Banda che va nell’intervallo fra i canali 21 e 68. Questo significa che per il canale 69 è stata confermata la soppressione che diventerà definitiva a decorrere dal 31 dicembre di quest’anno. In pratica, quindi, tutti coloro che hanno impianti televisivi attualmente allocati sul canale 69 dovranno spegnerli il 31 dicembre. Ciò che è grave è che questi canali sono regolarmente in concessione e che non è prevista nessuna soluzione alternativa.
Questo è l’aspetto più grave introdotto dal piano per quanto riguarda gli impianti di diffusione.
Per quanto riguarda gli impianti di collegamento, invece, vengono stabilite delle bande in via definitiva per l’utilizzazione degli impianti di collegamento e qui l’aspetto è molto delicato soprattutto per il comparto radiofonico perché viene confermata esclusivamente la banda intorno a 2300/2400 Mhz con esclusione di tutte le altre bande. Per coloro che, invece, stanno utilizzando ancora impianti di collegamento, negli interbanda televisivi fra i canali 21 e 69 o in altre bande adiacenti, dovranno rimuovere immediatamente gli impianti di collegamento per posizionarli sulle nuove bande.
Nel frattempo eventuali interferenze che dovessero subire le emittenti radiofoniche su queste bande da parte di altri utilizzatori (società telefoniche e così via) non sono regolate. In pratica, quindi, una società telefonica vi può installare un ponte di collegamento sopra la vostra frequenza di trasmissione e voi non potete dire niente.
Questo è un aspetto molto delicato anche perché il Ministero è intervenuto senza adottare delle misure transitorie. Questo, comunque, è un modo di procedere che non è condivisibile, per cui adesso dovremo cercare di ottenere, in questa fase, una normativa transitoria altrimenti ci si affiderebbe ai comportamenti diversificati sull’intero territorio nazionale da parte degli ispettorati territoriali.
Noi dobbiamo riuscire a creare una situazione transitoria per garantire la possibilità a tutti di potersi allocare sulle nuove bande senza grossi contraccolpi che possono essere due tipi e cioè rischi di interruzione di trasmissione o di interferenze e problemi di natura economica.
Altro aspetto importante è quello delle problematiche relative ai limiti di campo elettromagnetico il cui tema è diventato di grande attualità dato che ormai sono tantissime le ordinanze dei Sindaci che vengono fatte ogni giorno per ordinare la riduzione a conformità degli impianti.
Voi sapete che tutto il problema nasce soprattutto dalla entrata in vigore del Decreto Ministeriale n.381 del 1998 del Ministro dell’Ambiente emanato di concerto con il Ministero della Sanità e il Ministro delle Comunicazioni con il quale sono stati stabiliti i limiti in campo elettromagnetico che devono essere rispettati sull’intero territorio nazionale.
Da una parte viene previsto un limite di 20 Volt per metro, che è un limite abbastanza rispondente alle normative internazionali anche se esistono normative meno restrittive, come quelle europee che parlano di 27.5 Volt per metro o la legge regionale del Veneto che parlava di 27.5 Volts per metro. Questo termine di 20 Volt per metro, comunque, è accettabile sotto il profilo tecnico anche in presenza di una concentrazione abbastanza elevata di trasmissioni radiofoniche e televisive simultanee in un determinato luogo.
Il problema, però, nasce con l’introduzione del limite dei 6 Volt per metro laddove si è in presenza di luoghi adibiti a permanenze superiore a 4 ore (nei pressi di quasi tutti i centri abitati).
Questo limite di 6 Volt per metro è un limite che, in presenza di un certo numero di sorgenti di emissioni collocate simultaneamente in un certo luogo, è piuttosto difficile da rispettare.
Questo limite di 6 Volt per metro, inoltre, non ha precedenti in nessuna altra normativa dell’Unione Europea, è stato adottato anche con il parere contrario dell’Istituto Superiore di Sanità e non trova nessun riscontro scientifico. A livello scientifico, infatti, esistono degli studi che evidenziano in qualche misura delle conseguenze (contenute e non irreversibili) alle esposizioni istantanee, ma non esistono evidenze scientifiche di alcun genere rispetto ad esposizioni a lunga durata a cui il limite di 6 Volt per metro sarebbe proposto alla tutela.
L’Organizzazione mondiale della sanità, proprio qualche giorno fa da Ginevra in un suo rapporto sulla problematica ha fatto sapere che, dopo anni di ricerche scientifiche, non esiste nessun elemento che possa dire con certezza che le onde elettromagnetiche producono qualcosa di nocivo per la salute della popolazione esposta a lunga durata.
Questa è una posizione che è stata espressa anche da numerosi ed insigni esperti in materia nel corso di un convegno che si è svolto verso la fine dello scorso anno (novembre) presso il centro Nazionale Ricerche a Roma.
Noi riteniamo che la questione debba essere affrontata in questo modo.
È vero che siamo in presenza di una problematica che riguarda la salute dei cittadini, per cui non possiamo essere indifferenti, ma non possiamo neanche accettare che il problema venga demonizzato attraverso un allarmismo generalizzato che ormai è caratterizzante del problema. Non è accettabile, infatti, l’equazione che viene imposta nell’opinione pubblica per cui avere un’antenna sul tetto vuol dire morte certa.
Questo modo di procedere, inoltre, giustifica un panico da parte della popolazione residente nelle prossimità delle antenne perché non può conoscere tutti gli aspetti tecnico/scientifico/informativi che risiedono sul problema.
Non c’è chiarezza nemmeno su quali siano le autorità preposte all’intervento in materia, perché la Legge 249 del 1997 attribuiva questi poteri di vigilanza all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni Garanzie, mentre poi il Decreto Ministeriale 381 del 1998 ha introdotto una competenza alternativa in capo alle Regioni che dovrebbero emanare con proprie leggi regionali, ma questa cosa al momento è stata fatta solo da poche Regioni.
Esistevano delle vecchie leggi regionali al riguardo in Veneto, Abruzzo, Piemonte e Lazio che sono state in parte adeguate in Veneto e in Abruzzo; poi è stata approvata una nuova legge in Liguria nelle scorse e anche in Emilia Romagna dove al momento è sottoposta alla procedura di verifica da parte del Commissario di Governo. Nelle Marche la legge, invece, è stata respinta dal Commissario di Governo ed è stata rimandata per il riesame che verrà fatto dal nuovo consiglio regionale che si insedierà dopo le elezioni.
I Sindaci in realtà non sono contemplati da nessuna di queste disposizioni e nonostante ciò continuano ad intervenire sulla base delle norme di carattere generale secondo cui il Sindaco interviene come ufficiale di governo a tutela della salute pubblica con le ordinanze contingibili ed urgenti. Tutti questi procedimenti, inoltre, vengono adottati attraverso procedure di misurazione spesso molto empiriche.
Il Decreto Ministeriale 381 del 1998 stabilisce, all’allegato C), dei criteri precisi per fare misurazioni. In pratica prima si fanno le misure a largo spettro e se c’è un superamento del 75% dei limiti di campo previsti dalla normativa per quella zona, è obbligatorio la misurazione a banda stretta con misure selettive per ogni singola fonte di emissione. Se il superamento è oltre il 50%, invece, la misura selettiva è solo consigliata.
Tutto questo poi viene consacrato in delle linee guida applicative, che sono state redatte dall’ANPA (Agenzia Nazionale Protezione Ambiente) che fa capo al Ministero dell’Ambiente, le quali esplicitano il modo di procedere nelle misurazioni rispetto a quelle che sono le regole stabilite dall’allegato C) del Decreto Ministeriale 381 del 1998.
Devono anche essere usati particolari strumenti di misura che devono essere tarati in un certo modo e che devono rispondere a certi requisiti di qualità previsti da norma ISO specifiche.
Tutto questo, però, spesso non avviene e vengono fatte delle misurazioni senza il necessario contraddittorio con le emittenti come previsto dalla legge e, inoltre, spesso non si verifica preventivamente se le emittenti utilizzano gli impianti in conformità ai decreti di concessioni.
Questo è un aspetto fondamentale perché se, ad esempio, qui di fronte trasmettono dieci impianti di cui nove trasmettono in conformità alla concessione e è che si può fare la misura e poi imporre a tutti la riduzione di potenza perché chi opera al di fuori della concessione è il primo che deve essere ridotto ad operare in conformità alla concessione dopo di che si faranno le nuove misurazioni. Questa cosa, però, non viene quasi mai fatta come pure non vengono quasi mai fatte le misure selettive che sono fondamentali.
Si tratta di tutta una serie di aspetti che sono fondamentali e su questo abbiamo assunto, in questi giorni, una certa posizione chiedendo che venga attivata una Conferenza di Servizi fra lo Stato e le Regioni affinché vengano stabiliti dei criteri di carattere generale a cui le Regioni si dovranno attenere dando poi delle direttive ai Sindaci per un comportamento uniforme sull’intero territorio nazionale. Nei casi in cui sussistano poi dei casi di superamento dei limiti di campo elettromagnetico noi chiediamo che vengano risolte, non attraverso la misura della soppressione degli impianti (come oggi si vorrebbe fare attraverso le ordinanze sindacali), ma attraverso degli interventi tecnici operativi di modifica sull’impianto come elevare rispetto al suolo il centro del sistema radiante o orientare diversamente l’antenna.
Oggi nel caso un’emittente si presenti all’Ispettorato Territoriale per risolvere un problema del genere non le vengono date le autorizzazioni per le modifiche tecniche per gli impianti che sarebbero, invece, utili per risolvere la situazione.
Questo è inaccettabile, per cui l’obiettivo fondamentale è quello di ottenere che vengano adottati criteri omogenei sul territorio nazionale e che vengano permesse queste modifiche degli impianti finalizzate alla riduzione a conformità e cioè al rispetto dei limiti di campo.
Come Coordinamento Aer-Anti-Corallo abbiamo presentato un ricorso al TAR del Lazio per il limite dei 6 Volts per metro e su questo punto il TAR ha risposto con una sentenza istruttoria per l’acquisizione di documenti presso il Ministero dell’Ambiente in modo da poter verificare l’iter di formazione del procedimento del Decreto Ministeriale 381 del 1998 dopo di che noi chiederemo la rifissazione dell’udienza sperando che il ricorso possa essere accolto.
Sul piano dei ricorsi il TAR del Lazio ha fissato per il 5 luglio l’udienza di discussione di merito dei ricorsi contro il regolamento sulla par condicio e noi abbiamo chiesto l’incostituzionalità di questa normativa perché è fortemente limitativa della capacità di informazione delle imprese.
L’attività delle imprese, infatti, non verrà limitata tanto durante la campagna elettorale, ma i problemi più grossi sorgeranno soprattutto al termine di queste campagne elettorali (regionali e referendum) quando l’autorità sarà chiamata ad emanare dei regolamenti sull’attività informativa per i periodi fuori dalle campagne elettorali. Solo attraverso quei regolamenti, quindi, sapremo quali saranno in concreto i limiti all’attività informativa perché la Legge 28 del 2000 pone una serie di paletti e dice anche che l’attività di trasmissione di notizie nei radiogiornali e nei telegiornali è esclusa da questa normativa, ma non dice che cosa si intende per trasmissione di notizie.
Da quello che sarà, quindi, il concetto di notizia che verrà attribuito dall’Autorità dipenderà quale sarà il livello di pressione e di limitazione dell’attività informativa delle emittenti e questo sarà un altro tema su cui la battaglia dovrà continuare.
Chiudo qui e vi ringrazio.